Zittiti i Falchi, crollati i Falchetti

Una ecatombe come quella del sedicente centrosinistra reggino in occasione delle elezioni comunali di domenica e lunedì scorsi può sorprendere e far gridare al risultato clamoroso soltanto chi, nel corso dei due mandati calamitosi di Falcomatà, con annesse tragedie facenti funzione chiamate Paolo Brunetti e Mimmo Battaglia, è rimasto vigliaccamente inoperoso ad assistere alla distruzione di una città.

Se avessero dimostrato un minimo di coraggio, un minimo, avrebbero contribuito a una delle cause civili più alte e nobili: impedire la razzia ai danni di Reggio Calabria da parte di un gruppo organizzato per il disfacimento della città. È codardo e vile maramaldeggiare adesso su cadaveri che nemmeno ambulanti sono: immobili erano mentre simulavano di amministrare la cosa pubblica a spese dei contribuenti, figurarsi oggi che si accingono mestamente, nei migliori dei casi, a ricoprire il ruolo marginale e irrilevante di consiglieri di una minoranza già facilmente immaginabile come del tutto insignificante.

Eppure le sventure che portano i nomi e i cognomi di tutti coloro che hanno collaborato, a qualsiasi titolo, con le maggioranze di Palazzo San Giorgio e Palazzo Alvaro erano lì, enormi nella loro inquietante evidenza: impossibile non vedere, non sentire e quindi non parlare. Però tanti hanno fatto finta di non vedere, tantissimi di non sentire, quasi tutti si sono ben guardati dal parlare o dallo scrivere.

E male, molto male, hanno fatto anche i silenti che non avrebbero voluto essere corresponsabili ma che, nei fatti, lo sono stati, quantomeno nella percezione dell’opinione pubblica: non sempre corretta, ma unica vera sentenza con cui fare i conti. Ha un bel dimostrare, con un PDF di 53 pagine preparato all’uopo, che La Strada abbia lavorato in contrapposizione rispetto a Falchi e Falchetti: la realtà, quella dura a morire, è che nei momenti cruciali, dinanzi agli incroci decisivi, l’elettorato non ha mai visto elevarsi un conflitto radicale contro forme, metodi e azioni ritenuti sconvenienti da parte di Saverio Pazzano. Non solo non lo ha considerato un oppositore feroce, ma addirittura si è autoconvinto che fosse una “stampella” dell’amministrazione.

Ed è talmente profonda questa percezione da sostituire persino la verità dei fatti, tenuto conto che in tanti sono convinti che Pazzano fosse presente in Consiglio comunale sin dal 2014, mentre il Movimento La Strada si è affacciato nell’aula “Pietro Battaglia” soltanto nel secondo mandato. Il risultato di questo atteggiamento remissivo e accomodante qual è stato? Che la prossima massima assemblea cittadina non vedrà tra i propri rappresentanti alcun componente de La Strada. Ed è un peccato per Reggio Calabria, perché le qualità umane, culturali e politiche espresse sarebbero state nettamente superiori rispetto al livello rasoterra degli oppositori al nuovo sindaco Francesco Cannizzaro. E, come appurato, per una sana e robusta costituzione democratica qualsiasi organismo ha bisogno di respirare bene con entrambi i polmoni: quello di destra e quello di sinistra.

I contorni dell’ecatombe, tuttavia, non sono ravvisabili soltanto nei numeri, perché quaranta punti percentuali di distacco non costituiscono una larga sconfitta, ma una degradazione tale da lasciare a bocca aperta persino gli occupanti dei relitti affondati. Si mostrano in tutto il loro disonore osservando il peso specifico assunto da alcuni dei fuoriusciti dai Palazzi: individui che a Piazza Italia avevano piantato le loro tende bucate già nel 2014 e che ora dovranno, dopo dodici anni, tornare ai vecchi mestieri che evidentemente non amavano abbastanza, avendo fatto di tutto pur di conservare i privilegi derivanti dall’abitare il microcosmo del Palazzo.

Sono tanti e non vale la pena elencarli tutti, anche perché renderebbe onore ai sopravvissuti che, invece, non hanno nulla di migliore da esibire rispetto agli espulsi dal popolo, anzi. Citiamo solo, a titolo esemplificativo, il tal Paolo Brunetti: dodici anni a mal gestire, dodici anni a indossare panni evidentemente molto, molto larghi rispetto alle sue naturali capacità. Dodici anni a manovrare deleghe pesantissime con esiti talmente comici da ritrovarsi infine con niente in mano: niente, nulla, nada che valesse la rielezione.

E per un “signorino” che ha ricoperto il ruolo di sindaco facente funzioni, ritrovarsi con una manciata di voti insufficienti persino per la riconferma non richiede alcun altro commento se non quello scritto a caratteri cubitali dalle urne. Scendere per l’ultima volta le scale di Palazzo San Giorgio, prego, e salutare, auspicabilmente portandosi dietro i personaggi protagonisti della sola azione per cui sarà ricordato nei secoli dei secoli: aver messo la Reggina nelle mani dei Fenici. Un dramma doloroso che avrà per sempre le sue fattezze e le sue generalità.

Parecchio singolare, sebbene non valga la pena spenderci più di qualche parola, il caso di Anna Nucera che, a fine febbraio — tremate, popoli tutti — convocava una conferenza stampa per annunciare la candidatura a sindaco forte di quattro liste che presto si sarebbero gonfiate fino a diventare, tremate ancora, addirittura otto: il che fa, a occhio e croce, 356 candidati. Poi, però, tutti rimasti orfani, visto che la nostra ha abbandonato velleità rivoluzionarie per accomodarsi alla tavola imbandita del PD, dove pure i piatti si sono rivelati indigesti: non eletta nemmeno lei.

E di quelle milizie compatte cosa ne è stato? E di quegli entusiasti campioni del civismo progressista che ne avrebbero difeso i valori con formazioni a testuggine? Nessuna informazione è reperibile per le vie della città.

A fronte di questo massacro della ragione che i reggini hanno dovuto subire per così lungo tempo, il sindaco Francesco Cannizzaro sa fin troppo bene che non potrà fidarsi delle menzogne fattesi sistema per due mandati e, al fine di evitare lo stucchevole e demenziale mantra del “È colpa delle amministrazioni precedenti”, divenuto un autentico motto per imbecilli in servizio permanente effettivo, farà bene a compiere un’Operazione Verità immediata, in un’unica soluzione, a prova di analfabeti, affinché chiunque sia in grado di comprendere — numeri e documenti alla mano — la vastità del macello che dovrà riordinare.

Quali le bugie ripetute e quale il reale stato della situazione.

La gente lo seguirà perché la gente segue chi è onesto intellettualmente e si presenta a mani nude per combattere con l’obiettivo di sconfiggere il drago sputafrottole. Lo fa con ancora maggior fervore, come ha dimostrato ampiamente il voto, quando il Generale ha accanto a sé una moltitudine di giovani: loro sì preparati e non raccattati sul marciapiede della nullafacenza, elettrizzati dalla possibilità — finalmente offerta loro — di costruire, mattone su mattone, il presente della città: il presente, non il futuro.

Perché se Reggio Calabria domani potrà essere una città da ammirare e invidiare, è oggi che l’impegno — di intelligenza e azione, massimo e incondizionato — deve essere messo a terra, trascinandolo giù dal firmamento dei sogni.

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