Yacoubi: “Dirigenti rallentano le pratiche, la politica resta inerme”

“Il nostro Paese sta vivendo un momento particolare della sua storia in un clima arroventato tra chi invoca il rinnovamento e chi cerca di riconquistare la perduta egemonia politica avvelenando quello che dovrebbe essere un leale e democratico confronto di idee e valori”.

Ad affermarlo è la segretaria nazionale Fsi Sarah Yacoubi secondo la quale si tratta di un moderno modello di barbarie che anziché la spada utilizza la lingua, ma i cui effetti sono parimenti devastanti”. “Con tale arma, fra l’altro – spiega la sindacalista – si distrae l’opinione pubblica da quelli che sono i reali problemi della nazione e delle comunità locali e che ci impedisce di percepire l’insinuarsi della filosofia gattopardiana del cambiar tutto affinchè nulla abbia a cambiare. Per raggiungere tale scopo e con disinvoltura pari a quella di Naomi Campbell ad una sfilata di moda, la politica alterna gli abiti della Destra con quelli della Sinistra e viceversa, ma poiché le facce sono sempre le stesse sostanzialmente non cambia nulla. Specialmente in Calabria dove l’apparato amministrativo della Regione continua a rimanere una giungla, un muro di gomma, un groviglio di compari, di ‘amici degli amici’, da certi dirigenti, a certi funzionari, fino a certi uscieri. È da questo patologico apparato amministrativo – sostiene Yacoubi – ove fra l’altro e per fortuna opera anche tanta gente perbene, che dipendono le decisioni importanti che potrebbero cambiare la vita dei cittadini calabresi. Nell’era dell’informatica e della rete globale le pratiche dei procedimenti amministrativi, che potrebbero essere evase in pochi minuti dagli uffici preposti alla loro approvazione, giacciono invece sulle varie scrivanie per giorni, mesi, o addirittura per anni. Così piccoli soggetti esercitano grandi poteri semplicemente rallentando o accelerando il passaggio delle pratiche da una scrivania all’altra. Con tempi che possono diventare geologici”.
Ne derivano una serie di considerazioni: “grazie a queste discrasie accade che la Regione rimanda al mittente i finanziamenti europei che costituirebbero elemento propulsore allo sviluppo di questa terra, e il malcapitato imprenditore che investe anticipando i finanziamenti rischia di dover successivamente scegliere se dichiarare il fallimento aziendale o divenire vittima dei cravattari. La politica – prosegue Yacoubi – potrebbe incidere positivamente anche con semplici accorgimenti ma non lo fa, basti pensare alla mancata rotazione dei dirigenti, tutti intoccabili al loro posto, come se proprio lì fossero indispensabili.
Per non parlare della sanità, le cui strutture sono lasciate in balia di se stesse senza un’efficace guida del Dipartimento della Salute che dovrebbe invece costituire il faro di riferimento nell’indicazione di linee guida e atti di indirizzo. Basti pensare che la Regione ha bandito per 5 volte consecutive la
nomina del direttore generale del Dipartimento Salute, senza «riuscire mai» a nominarne uno, né interno né esterno, a dimostrazione della incapacità cronica a determinarsi anche in merito a problemi di propria e stretta competenza, fatta salva la pratica sistematica di addossare tutte le responsabilità esclusivamente alla struttura commissariale con cui non ha mai costruito di fatto una interlocuzione preferendo invece lo scontro ‘a prescindere’. Il risultato gestionale della sanità calabrese ha così sinora prodotto un deficit di 319 milioni di euro e conseguito il record dell’ultimo posto nella classifica per i livelli essenziali di assistenza di cui sono responsabili tutti gli attori tra i quali la politica recita comunque un ruolo da protagonista.
È vero che diventa un luogo comune prendersela con il politico di turno se le cose non cambiano nella nostra Terra, ma credo sia opportuno riflettere sul fatto che questa ‘giungla politico-amministrativa’, dove chi dovrebbe decidere non decide mai garantendo il mantenimento dello status quo, è fatta da centinaia di uomini e donne che lavorano, da tante persone perbene, competenti, generose e laboriose, che purtroppo sono spesso emarginate e senza voce in capitolo e quindi impossibilitate ad incidere o a contribuire a quel cambiamento che tutti auspicano e tutti attendono. Queste persone – è la conclusione – costituiscono la speranza della futura ripresa, tanto auspicata quanto obbligata. È solo questione di tempo, speriamo il prima possibile, perché chi vive di sola speranza… disperato muore”.

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