Con la conclusione della vicenda Proserpina, e dunque con lo svanire delle accuse, i protagonisti hanno avvertito un senso di liberazione che si percepisce chiaramente nei commenti degli stessi. Di seguito, proponiamo le riflessioni prodotte su Facebook da Domenico Libero Scuglia:
Ieri, scendendo le scale del Tribunale dopo il verdetto assolutorio, mi sono sentito come su una nuvola, parlavo e non mi ascoltavo, sorridevo, mi commuovevo e rivedevo a sprazzi tutto quello che era successo in questi lunghi anni: le speranze, le paure. Mentre scrivo questo post ho 53 anni e tutto ha avuto inizio quando ne avevo 39, giovanissimo segretario generale che viene all’unanimità chiamato dai Sindaci della Provincia di Vibo Valentia a presiedere il CDA della Proserpina spa. Una società in grave difficoltà economica e per la quale mi impegno a fondo, come tutti quelli che mi conoscono possono immaginare. Riunioni di Sindaci, Tavoli in Prefettura per smuovere i problemi di cui non rimane alcuna traccia e per cui sin da subito mi sento tradito da quello Stato a cui ho prestato il solenne giuramento di osservare la Costituzione e le sue leggi nell’adempiere il mio ufficio. Ho subito rassegnato le dimissioni da quell’incarico, ma sono stato invitato da apparati dello Stato a rimanere in quel posto. Anche di questo non è rimasta alcuna traccia.
Ora scrivo per descrivere una situazione surreale.
Per dire che in Italia il processo non è più un semplice processo, ma è spesso una grande gogna.
Per dire che la giustizia è sovente non solo approssimativa, ma persino fuori legge, quantomeno per eccesso di potere, quando è mossa da motivi diversi da quelli istituzionali ai quali dovrebbe ispirarsi.
Per dire che è vero, ci sono tanti magistrati bravi, competenti ed onesti, ma anche per ricordare che ne basta uno, di magistrato, che strumentalizzi le funzioni del proprio ruolo per mettere a rischio il Sistema (consiglio a tutti la lettura del libro che ha questo titolo per capire il mondo della Giustizia).
Per dire come il processo giudiziario è diventato un processo mediatico.
Per dire come alcuni magistrati hanno utilizzato in modo improprio e pericoloso diversi strumenti presenti all’interno del procedimento penale ed hanno cominciato a occuparsi più dei fenomeni che dei reati.
Queste mie sono delle riflessioni di un cittadino che ha trascorso una parte della sua vita, suo malgrado, negli uffici giudiziari, scontando una pena tanto aspra ed amara, sottoposto alle angherie mediatiche di splendide figure giornalistiche a livello nazionale che, ancor prima di avere il risultato del procedimento penale, mi hanno portato come esempio di mala gestione amministrativa in Calabria.
Sono le riflessioni di un cittadino convinto che la magistratura debba parlare più con le sentenze che con le conferenze stampa ed i giornalisti non soffermarsi solo sulle ipotesi di reati concentrate nei capi d’imputazione, minimamente sottoposte ad alcun vaglio giudiziario.
Io tutte queste fasi le ho vissute sulla mia pelle.
L’aspirazione mia, come degli altri imputati assolti, sarebbe stata poi vedere ampiamente riconosciute le nostre ragioni. Avremmo voluto vederle anche sulle pagine dei giornali, dei media, pubblicate dagli stessi che avevano scandito con ossessiva puntualità le fasi iniziali della notifica dell’informazione di garanzia (sic!), delle accuse, delle ricostruzioni impossibili dei falsi appostamenti di bilancio (certificati dal Commissario per l’emergenza rifiuti). Non è andata così. Si è visto un articolo striminzito sui quotidiani, qualche articolino sui giornali online. Niente di più e non paragonabile all’entità delle prime pagine quando tutto questo ha avuto inizio. I mostri sbattuti in prima pagina, quand’anche hanno la buona ventura di essere riabilitati da quella stessa magistratura che li aveva sommersi di fango, devono poi vedersela da soli per ricostruire la loro reputazione presso le persone cui tengono, che amano, amici e datori di lavoro.
Quando poi, alla fine di tutto, dieci anni dopo l’inizio del calvario, potresti dirgliene quattro e gridare al vento la tua verità, ti accorgi che non gliene frega più niente a nessuno.
Sono stato diffamato, senza vergogna. Senza esitazioni, con stolida e proterva indifferenza nei confronti della verità e del buon senso.
La requisitoria del PM è stato un capolavoro di onestà intellettuale: ha smontato le stesse accuse che ci erano state mosse. Nessuna prova, nessun argomento, niente di niente. In sostanza, l’appostamento (assestamento, ndr) di bilancio che ci veniva contestato andava fatto. Ci abbiamo messo, però, dieci lunghi anni per arrivare a questa conclusione. Sebbene sin dall’inizio, dalle fasi delle indagini preliminari l’avevamo dimostrato.
Ho scritto questo post non perché sia rilevante la mia storia come individuo, ma perché penso sia emblematica. E spero possa aiutare a far capire alle persone comuni, alla cosiddetta società civile, come – dietro le interminabili discussioni sulla giustizia, le vuote parole della politica su improbabili riforme – la verità è che la giustizia sbagliata può toccare ciascuno di Noi. Mi auguro che quello che è successo a me non dovrebbe più ripetersi.
Grazie di cuore a tutte le persone che hanno avuto fiducia nella mia innocenza.