Vibo, un successo l’incontro all’Istituto di Criminologia con il giudice Zanetti sul processo Meredith

Il convegno è stato dedicato al tema della giustizia-spettacolo

Lo scorso sabato, presso l’Istituto di Criminologia di Vibo Valentia, si è svolto un partecipato convegno dal titolo “Il processo Meredith e la giustizia-spettacolo”.

Autorevoli gli intervenuti al dibattito che ha voluto ripercorrere le fasi giudiziarie dell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher nella città di Perugia nel novembre 2007. L’incontro è stato aperto con l’intervento del professor Saverio Fortunato, specialista in criminologia clinica e rettore dell’istituto con sede in città. Il rettore ha detto: «Per porre fine alla giustizia-spettacolo, non si dovrebbe pubblicare (né i nomi dei magistrati né degli avvocati o dei periti o dell’imputato ecc.), nulla che riguardi un indagato o imputato finché non c’è una condanna definitiva». Hanno portato il loro saluto l’avvocato Giuseppe Altieri, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Vibo Valentia e l’avvocato Filippo Accorinti. Successivamente si è entrati nel vivo della discussione con l’intervento del professor avvocato Marco Baroncini (docente di Procedura Penale all’Istituto di Criminologia), che ha voluto dare lettura dei passaggi più salienti della storica sentenza che restituì la libertà a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox. Mentre l’avvocato Fausto Malucchi, giunto in città appositamente dalla Toscana, nel ruolo di moderatore ha chiesto, rivolgendosi al tavolo dei relatori, se questo travagliato processo si fosse potuto chiudere prima applicando con rigidità l’attività di indagine. Da una visuale diversa l’intervento di Rocco Valenti, direttore del Quotidiano del Sud, che ha parlato di quali sono le responsabilità della stampa nel processo-spettacolo. La giustizia-spettacolo ha inizio quando in un procedimento la stampa si sbilancia in maniera netta verso una della parti interessate. Rivolgendosi alla stampa ha stimolato i colleghi ad avere la giusta sensibilità, al fine di garantire il “principio di non colpevolezza”, principio che va alimentato ogni giorno. Riconoscendo responsabilità alla delicata professione del cronista, ma che certamente non è l’unico responsabile del clamore mediatico, il direttore del noto quotidiano meridionale ha manifestato la propria convinzione nella ricerca di regole nuove e condivise per evitare gli errori del passato. Nel concludere, ha voluto ringraziare il giudice Zanetti per “il normale coraggio e per aver fatto con coscienza il suo lavoro”.
Successivamente, la professoressa avvocato Elena Baldi (docente di Diritto Penale all’Istituto di Criminologia), nel suo intervento ha voluto rimarcare l’encomiabile lavoro del magistrato nonostante la confusione delle fasi precedenti del processo e il forte attacco del mondo dell’informazione, Zanetti si è rivelato togato di grande equilibrio.
Conclusi gli interventi dei relatori, l’atteso intervento del giudice Zanetti, oggi magistrato e presidente di Sezione penale presso il Tribunale di Terni. E’ stato accolto con un fragoroso applauso dal numeroso pubblico che affollava l’aula magna dell’importante istituto calabrese. Zanetti è entrato subito nel vivo della discussione, trasferendo ai presenti le sue enormi doti di equilibrio e di grande cultura, caratterizzate da evidente e forte sensibilità umana. Ha ripercorso i momenti successivi alla sentenza che lo ha visto protagonista, insieme agli altri colleghi, bersaglio di certa stampa colpevolista e di una forte parte dell’opinione pubblica oltre che da alcuni settori della stessa magistratura. Parole forti, che trasferivano agli uditori, momenti di commozione ed emozione del giudice dai modi gentile che subito aveva catalizzato l’attenzione dei presenti. Parlando di se stesso si è definito “un orgoglioso artigiano del Diritto”. Con le mani come strumento di contatto dei fascicoli, la mente come strumento nell’interpretare le leggi ed infine il cuore come strumento di emozione e di forza che lo rende umano e indipendente. Zanetti ha continuato parlando di una realtà complessa dove bisogna avere cautela nell’usare prove e informazioni. Parlando del caso specifico, ha contestato la qualità delle indagini, delle perizie e delle fasi iniziali del procedimento. In quanto non erano stati applicati con il giusto rigore le regole della ricerca scientifica, evidenziando tutte le contraddizioni. La bassa qualità delle attività erano in totale contrasto con il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio. Nelle conclusioni ha espresso “Questo processo vale la mia carriera” – ed ancora – “Dispiace solo non avere quella condivisione che ti aspetti e che tutto questo diventa un limite alla carriera”.

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