Una vita da precario

La cosa più difficile è ingoiare le ingiustizie che la vita ha riservato, rivedere nella propria mente quegli episodi chiave che potevano cambiare il futuro ed invece si sono rivelati delle trappole beffarde. Sliding doors, come nel film di fine anni ’90, che fanno imboccare una strada anziché un’altra e che mutano le sorti dell’esistenza.
Ci pensa, eccome, ogni precario (ed ogni disoccupato) che ogni sera, prima di addormentarsi ripassa i fotogrammi di scelte, occasioni, speranze deluse. Rielabora un parallelismo con chi ce l’ha già fatta, magari sospinto da “potenti” mani amiche. Perché quando si osserva chi occupa determinate posizioni senza avere le giuste competenze ed una chiara visione, nei meandri del cervello si affastellano dubbi e riflessioni. Su se stessi, sugli altri, su quello che poteva essere e non è stato. Si passa al setaccio il proprio sistema valoriale, ci si domanda se davvero sia valsa la pena mantenere in maniera così ferrea quei principi. Vedersi sorpassati a destra e a manca da chi non ha il proprio passo fa male e non pone alternative: si può solo continuare a combattere per un obiettivo che, magari, 5, 10 o 20 anni fa era di tutt’altra fattura.
E quando si avvicina il periodo tra Natale e Capodanno si materializza il bisogno di tracciare un bilancio che avrebbe potuto essere diverso.
Succede così per gli Lsu/Lpu che circa due decenni fa non hanno imboccato la via di un altro mestiere o di un’altra professione facendosi sedurre dal “minimo garantito” che oggi significa il paradosso della “stabile precarietà”. Si giocano la loro partita adesso, perché non vogliono tornare indietro e ricadere nel limbo.
La loro partita l’hanno invece vinta i lavoratori della legge 28/2008, che sono stati stabilizzati a Calabria Lavoro.
In Calabria la precarietà è un mare in cui tanti navigano a vista. Lo fanno laureati vittime di decisioni inconsapevoli, lo fanno giovani e non più giovani prede del clientelismo, lo fanno cittadini ingabbiati da una politica che impedisce di crescere, lo fanno padri di famiglia ingessati da un sistema che prima ti usa e poi ti getta. E che ti fa provare la rabbia contro i privilegi, ti esaspera e infine ti fa capire che cambiare questo mondo è solo un sogno di un bambino innocente.
Il trascorrere del tempo incancrenisce il problema, perché gli anni passano ed intanto le famiglie nascono e si trovano ad affrontare la complessità di un’organizzazione sociale che, diversamente da come dice la Costituzione, è tutto fuorché basata sul lavoro.
Ditelo a chi è stato licenziato, a chi è scaduto il contratto, a chi con un master in tasca si vede “bruciato” dal figlio di papà in un concorso pubblico che il lavoro è un diritto. Ditelo a chi la mattina si alza alle 5 che c’è chi incassa cifre a 4 zeri per far passar per fatica “nell’interesse per la comunità” vizi e abitudini improduttive. Ditelo a chi s’impegna fino all’ultimo minuto delle attività volontarie che c’è chi è stato assunto per chiamata diretta e poi si è fatto disegnare un concorso su misura che in questa terra bisogna credere nella meritocrazia e nella trasparenza. Parlate di giustizia a chi di fronte a tutto questo rimane amaramente in silenzio e deve pure sopportare vagabondi ed analfabeti funzionali nei posti di comando che trovano persino la faccia (una delle tante fra le maschere che indossano) per lamentarsi.
Eppure quel fiato sospeso che impedisce di fare progetti a lungo termine aiuta ad apprezzare ciò che sia ha e a riconoscere l’autenticità delle relazioni. E serve a far capire che mai si dovrà barattare la più intima libertà con l’affabulante ebbrezza del denaro.

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