Una pietra sopra il cuore

Eravamo abituati a festeggiare, con i bambini in braccio o al fianco, con la palma ed il ramoscello d’ulivo nelle mani. Oggi non è stato così. Oggi è stata una delle domeniche più meste della storia dell’umanità. Molti di noi (non tutti, c’è anche chi non si è reso conto del disastro) sono stravolti dal dolore, perché il freddo della morte ha portato via persone che conoscevamo. Persone care, persone che erano in mezzo a noi, persone che hanno avuto un posto speciale nella nostra esistenza o semplicemente persone con cui abbiamo avuto qualcosa in comune. Non ci sono più, un male invisibile le ha combattute e vinte. Per loro non possiamo più fare niente, se non tenerle vive nella nostra memoria. Oggi abbiamo una pietra sopra il cuore che ci impedisce di essere “normali”, di essere tranquilli, ma in questo momento è la lucidità che ci serve.

Possiamo ancora fare qualcosa per gli altri, con il nostro comportamento. Possiamo donare ciò che non ci è indispensabile, perché essere umani significa soprattutto questo: essere solidali, essere vicini, se non materialmente, almeno idealmente. Possiamo soprattutto impedire che questo virus dalle origini non chiare si diffonda ancora, portando nuovi strazi. Chi è fedele può pregare, ma da casa sua, magari seguendo in streaming le celebrazioni religiose.

Dobbiamo essere responsabili, rispettando le regole e le disposizioni, perché il futuro dei nostri figli e dei nostri genitori dipende anche da noi. Dobbiamo essere grati a chi in questo momento è in prima linea contro una malattia vigliacca che colpisce appena si abbassa la guardia e si manifesta quando forse non te lo aspetti. Dobbiamo dire grazie – senza se e senza ma – a medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, forze dell’ordine, studiosi e a tutti coloro che stanno dando il loro contributo in questo momento drammatico. Grazie a chi lavora nei supermercati, nelle farmacie, negli esercizi che sono essenziali. Grazie a chi fa una telefonata per alleviare la sofferenza, serve anche questo.

Quando questo incubo sarà finito, avremo l’opportunità di dimostrare di aver capito, di essere cambiati, di essere davvero “umani”. Di tenere ad un pianeta che stiamo distruggendo in nome della produzione e dell’economia, di avere dei sentimenti diversi dall’odio che trasuda da un display, di essere capaci di riflettere e di valutare. Essere “umani” significa, però, anche essere rigorosi: nei posti chiave – di carattere politico, amministrativo e sanitario – ci devono essere delle persone competenti, non amici o peggio trafficanti d’influenze.

La “clausura” di queste settimane ci può spingere a ripensare noi stessi, a tornare sui nostri errori, a giocare diversamente la nostra partita con la vita. A ripartire dai valori, non dal denaro. A porci obiettivi che hanno un significato ideale, non ad inseguire una effimera visibilità. Abbiamo l’occasione di ascoltare il silenzio, di ragionare senza che la mente sia offuscata dal frastuono o dalla frenesia. Facciamolo e (forse) impareremo a riassaporare una vita che finora spesso ci è sfuggita. Facciamolo e (forse) torneremo ad essere una comunità umana.

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