Anni, anni e anni di lavaggio del cervello, peraltro mal riuscito, per convincerci che l’identità non sia una priorità, che la difesa della tradizione sia esclusiva ed escludente, che il patriottismo — cittadino, regionale o nazionale — sia soltanto fonte di grugniti reazionari. Poi, però, basta una banalotta elezione per il rinnovo del Consiglio comunale di Reggio Calabria e lo pseudo-centrosinistra tira fuori uno slogan mediocre, oltre che vagamente idiota.
La cosa, in realtà, non sorprende, conoscendo la scarsa familiarità con il dono dell’intelletto più volte manifestata da fanciulli e fanciulle, attempati e attempate che, per dodici anni, dalle posizioni privilegiate di Palazzo San Giorgio e Palazzo Alvaro, hanno preso a calci il buon senso e la verità oggettiva dei fatti. Ora si stanno chiudendo alle loro spalle i due portoni spalancati su Piazza Italia, mentre lasciano Reggio Calabria e la sua provincia sprofondate nel fondo più buio delle classifiche che ogni anno misurano la qualità della vita.
Tutto il resto è noia, ad uso e consumo di imbecilli e parassiti.
Eppure il centrosinistra, proprio in coda a questa esperienza di malgoverno che dovrebbe rappresentare un modello da non seguire per le generazioni future, sceglie per la campagna elettorale uno slogan che agita la bandiera del sovranismo della frittola: “Un Reggino per Reggio”. Così recitano le locandine che stanno circolando in queste ore per pubblicizzare il poco atteso comizio di apertura della campagna elettorale di Mimmo Battaglia, previsto alle 18:30 di domenica in Piazza Duomo.
Un giochino retorico elementare, pensato per mettere in evidenza l’origine autoctona del candidato sindaco e solleticare le viscere tribali dell’elettorato reggino. Secondo questa propaganda di infima lega, bisognerebbe punire l’avventatezza di un centrodestra finito nelle mani di Ciccio Cannizzaro, deputato le cui radici affondano con fierezza nella terra di Santo Stefano in Aspromonte.
Battaglia, come si dice in questi casi con abbondante ricorso alla demagogia, è certamente una brava persona. Sarebbe però opportuno che, oltre a esserlo, trovasse almeno da qui al 24 maggio l’intelligenza di tenersi ben distante da chi, schiacciato sotto il peso della propria nullità amministrativa, tenta nella disperazione di giocare l’unica carta falsa rimasta: perpetuare ancora per qualche settimana una truffa parolaia.
Una narrazione che, nei due mandati extralarge di fattura falcomatiana, ha prodotto catastrofi politico-amministrative, alimentando però un racconto di fantasia ormai giunto, per fortuna della città, all’ultima brutta pagina di un libro sgualcito fin dall’inizio da ignoranza, prepotenza, analfabetismo istituzionale e incompetenza.