Sporchi dentro e sporchi fuori

Le opzioni a disposizione per fornire una cornice di spiegazione razionale all’inazione dell’Amministrazione Falcomatà sono riducibili a tre. La mala gestione dello scandalo immane derivante dalla circostanza che un ente si arroga unilateralmente e col favore delle tenebre, reali e metaforiche, il diritto di depredare il servizio primario per antonomasia, quale quello idrico, ne è la testimonianza tangibile più chiara.

La prima opzione è che i componenti della compagine capeggiata dall’inauguratore di illusioni sia composta da figuri scelti ognuno, con chirurgica precisione, in base alle proprie incompetenze, e di questa ipotesi sono agli atti ormai prove inconfutabili in quantità; la seconda è che i medesimi individui non abbiano acquisito, nel corso della loro disagiata esistenza, la rudimentale familiarità con la pulizia del corpo e dei luoghi di residenza. La terza, e più probabile, deriva dalla combinazione delle prime due possibilità che porta ad un esito poco edificante per essi e la comunità dai medesimi condotta verso l’Inferno dell’arretratezza. Staremmo parlando, infatti, in questo caso, di una organizzazione di arruffoni cultori del luridume. Un esito paradossale per Giuseppe Falcomatà, produttore, sceneggiatore e regista del celebrato cortometraggio “Natale coi lordazzi” ed ormai favorito incontrastato per alzare al cielo il “Rubinetto di latta”, grazie al film, ben più intenso e intriso di sofferenza, “Quella sporca decina”. Riavere sotto gli occhi le immagini che fotografano la “Grande Truffa della Diga del Menta” non suscita nemmeno più rabbia, ma solo la domanda, rivolta a chi di competenza: costituisce ancora reato da queste parti sottrarre dalle tasche dei cittadini risorse esose per promuovere la fantasmagorica conclusione dei lavori, dopo decenni, di un’opera rivelatasi un inganno in mano ad una accozzaglia di inetti? Uno Stato liberale richiede una tariffa in cambio di un servizio: quando il servizio, con una condotta peraltro codarda perché di essa nessuno è disposto a rendere conto, non viene erogato, pretendere denaro altro non è se non un’estorsione messa in atto da un’associazione a delinquere di stampo politico. Questi sono i fatti, drammaticamente oggettivi e al cospetto dei quali nessuno dei servi e delle serve di Palazzo deve permettersi di fiatare: senza abbaiare e con la coda fra le gambe ritornino nelle loro cucce anche perché la sensazione, sempre più persistente, è che alle poco invidiabili caratteristiche di cui sopra sia da aggiungere anche quella di essere infausti menagrami. Una evenienza che potrebbe farli adombrare, ma sta di fatto che, fino all’avvento dei profeti di sventura, decine di migliaia di reggini abitanti al centro della città ignoravano cosa significasse vivere a metà, schiavi degli orari imposti dai manovratori del Comune con le mani nei serbatoi. Ora, a loro spese e sulla loro pelle (un tempo pulita) lo sanno: resta solo da informare quel drappello di persone che, per motivi al momento ignoti, si sono appropriati nell’aula del Consiglio comunale dei banchi riservati all’opposizione. Sicuramente non sono i consiglieri ai quali le elezioni dello scorso autunno hanno riservato il ruolo di antagonisti della mala Amministrazione Falcomatà, perché, se così fosse stato, avrebbero ovviamente dato fuoco alle polveri in uno scontro senza fine pur di conoscere quali provvedimenti la cricca di stanza a Palazzo San Giorgio intende prendere per dare una soluzione urgente ed obbligata alla sciagura dell’interruzione proditoria dell’erogazione idrica. Attendendo freneticamente il momento in cui anche l’opposizione farà capolino sugli scranni consiliari, inganniamo il tempo leggendo saltuariamente comunicati permeati di disgusto sui temi più improbabili, ma che i sedicenti rappresentanti della minoranza devono impegnarsi a scrivere per acquietare qualche amico elettore.

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