Spirlì, il “Re Tentenna” di Calabria

Cianciare di democrazia e camuffarsi da liberale per mancanza di capacità decisionale e comprensione del ruolo piovuto addosso per opera e virtù di Matteo Salvini e del Fato funesto con la presidente Jole Santelli. E’ in questa dimensione soggiogata dall’ambiguità che sta navigando, girando attorno ad un’orbita che disconosce, la navicella di Nino Spirlì, il presidente facente funzioni della Regione Calabria, ondivago per spirito, ma molto esperto nella beata attività di gettare fumo negli occhi. La rappresentazione plastica, a dispetto dei nervi a fior di pelle che spappolano le viscere di docenti e studenti, genitori e dirigenti scolastici, è data dalla (in)decisione, assunta ben oltre il tempo consentito anche ai più incalliti ritardatari, in merito alla ripresa delle lezioni in presenza da parte degli allievi degli Istituti Superiori.

Una fuga, felpata nelle parole e goffa nelle forme, ma sveltissima nei movimenti, dalle responsabilità basiche di una figura apicale, quale al momento è, tra l’incredulità dei tanti, l’intellettuale di rito leghista. Il massimo esponente per caso della Giunta regionale, a qualche manciata di ore dal rientro in classe, ha, infatti, chiesto dell’acqua proveniente direttamente dalle sorgenti di Ponzio Pilato per poter meglio lavarsi le mani e rovesciare sulla schiena acciaccata delle agenzie educative, già piagate e piegate dalle privazioni patite, la zavorra del dilemma: riprendere finalmente la via verso le aule o proseguire nella clausura ansiogena della didattica a distanza? A rendere ancora più irrispettoso della sbalorditiva perseveranza che ha condotto i passi di insegnanti e alunni nei meandri tenebrosi della pandemia e delle schizofreniche connessioni virtuali, è l’imbroglio semantico di cui si è avvalso Spirlì che ha schiavizzato l’espressione “strumento democratico” con l’esclusivo proposito di avvantaggiarsene a fini personali. Rintanarsi nel proprio avido egocentrismo mentre fuori infuria la tempesta significa non assumere un contegno virtuoso e denota, al contempo, la paura degli incerti e la superbia dei negligenti. Con uno scarto logico non esportabile in un universo sbrindellato dai dolori e dalle rovine della malattia Covid-19, ha ritenuto, autocraticamente, di abdicare al ruolo e, per di più, millantando un ecumenismo sociologico che non cela, nonostante l’ossessiva applicazione, la calamità dell’irresolutezza. Un messaggio di titubanza che si converte, nel sentire comune, in un cedimento violento del riguardo dovuto alle istituzioni. Quelle stesse fortezze di una comunità che il facente funzioni della Cittadella regionale ha avuto l’ardire di picconare brutalmente puntando l’indice contro le inefficienze altrui al fine, sconsiderato, di seppellire quelle personali e dell’ente rappresentato. Se davvero il suo convincimento e la sua tempra sono quelli resi manifesti in occasione dell’agognato riavvio della didattica in aula negli Istituti superiori, prenda atto di essere nel posto più sbagliato nel momento più sbagliato: non essere carne e non essere pesce gli è interdetto dalla carica. Una carica sulla quale Spirlì ha apposto, come fosse il motto nobiliare scelto dal casato degli apatici, la frase: “Fate un po’ come cazzo vi pare”.

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