Sospensione di Damiani da direttore del distretto sanitario unico, il Giudice del Lavoro entra nel merito: i DETTAGLI

Il Tribunale Ordinario di Vibo Valentia – Sezione Lavoro e Previdenza, nella persona del Giudice del Lavoro Ilario Nasso, pronunciandosi sulla domanda proposta da Anna Maria Renda nei confronti dell’Asp di Vibo Valentia, nonché di Vincenzo Damiani, ha accolto la domanda della ricorrente, e per l’effetto ha annullato la delibera n. 1313 a firma del direttore generale, assunta in data 23 novembre 2017, e recante l’approvazione degli atti della procedura selettiva e il conferimento dell’incarico di direttore del distretto sanitario unico dell’Asp di Vibo Valentia (resistenti condannati al pagamento delle spese di lite). L’esame di merito odierno è giunto a seguito della sospensiva concessa lo scorso 18 giugno (leggi qui).

In particolare, il Giudice del Lavoro è andato a fondo sulle “criticità” già sollevate in precedenza:
1) “la decisione della commissione giudicatrice di sottoporre al direttore generale un elenco di aspiranti all’incarico ben superiore alla terna normativamente stabilita (e riproposta nella stesura dell’avviso pubblico) – viene spiegato nella sentenza 205/2018 – non è persuasivamente motivata: nel sostenere, infatti, l’impossibilità di circoscrivere la platea dei potenziali destinatari dell’atto datoriale di nomina, la commissione ha di fatto abdicato all’incarico conferitole dal vertice aziendale, rinunciando a selezionare e concludendo i propri lavori mediante il confezionamento di un’inservibile lista pletorica, quantitativamente assai maggiore del numero – precisamente stabilito, dalla legge e dall’avviso pubblico – di partecipanti, la cui individuazione sarebbe stata, di contro, suo puntuale incombente. L’eventuale inadeguatezza dei criteri selettivi alla scrematura dei candidati avrebbe, al più, dovuto tradursi nella remissione degli atti al direttore generale, stante l’asserita impossibilità d’assolvimento della pubblica funzione ricevuta. È, pertanto, necessario affermare come la determinazione conclusiva dei lavori cui la commissione giudicatrice risulta materialmente pervenuta non corrisponda al modello legale (né a quello enunciato dall’avviso pubblico) di «terna di candidati idonei formata sulla base dei migliori punteggi attribuiti». Non potendo giuridicamente ritenersi ‘terna’ un elenco di tredici persone – nemmeno collocate in graduatoria di merito fra loro, bensì presentate in mero ordine alfabetico – l’elenco richiesto dalla legge e dall’avviso pubblico deve reputarsi inesistente, o comunque assolutamente inidoneo a circoscrivere la scelta – ancorché fiduciaria – del direttore generale entro margini scevri da arbitrio e opacità”;
2) “la delibera del direttore generale (n. 1313 del 23 novembre 2017) di conferimento dell’incarico – è l’analisi concernente il secondo punto – è silente in ordine alla scelta compiuta in favore di Damiani (unico candidato, peraltro, a esser stato ammesso con riserva), mentre il compendio motivazionale – oltre a essere estremamente lacunoso, risolvendosi tautologicamente nel mero richiamo di norme di legge e delle risultanze della procedura di selezione (essa stessa ampiamente censurabile, per le osservazioni appena enucleate) – non dà conto delle ragioni: a) di approvazione degli atti formati dalla commissione giudicatrice, nonostante il loro sensibile discostamento dal paradigma normativo e amministrativo, e b) di designazione dello specifico candidato individuato quale direttore del distretto, laddove la motivazione in tal senso avrebbe dovuto essere tanto più compiuta e particolareggiata (meglio: «analitica»), quanto meno selettive erano apparse le conclusioni formulate dalla commissione giudicatrice”;
3) “la circostanza, giustificata dall’Azienda resistente, dell’avvenuta disapplicazione – ad opera della commissione esaminatrice – dell’avviso pubblico, quanto al requisito della mancata sottoposizione dei candidati a procedimenti penali – rileva il Giudice del Lavoro riguardo al terzo punto – è abnorme: in disparte la legittimità o meno di una clausola siffatta (avverso la quale – per comprensibili ragioni d’interesse ad agire, avrebbe dovuto – semmai – attivarsi innanzi all’A.G.O. il candidato direttamente interessato dalle conseguenze escludenti prodotte dal requisito in discorso), la commissione giudicatrice, quale organo straordinario della P.A. – datrice di lavoro, non avrebbe mai potuto sottrarsi selettivamente all’osservanza di alcuna delle disposizioni impartite dal soggetto datoriale per l’espletamento della procedura propedeutica alla nomina del nuovo direttore di distretto, non essendo consentito a un’articolazione amministrativa di un ente pubblico (investita, come nel caso in discorso, di compiti di amministrazione attiva – e non di controllo – consistenti nell’individuazione di una rosa di candidati idonei alla copertura del ruolo messo a disposizione) impugnare innanzi a se stessa – per poi disapplicare, in forma implicita – una norma regolativa del proprio operato, così disponendo unilateralmente dei precetti posti a disciplina dell’esercizio delle proprie funzioni (…)”. Vi è un’ulteriore specificazione: “il dato della successiva assoluzione di Damiani – peraltro non documentato, non asseverato nemmeno dallo stesso controinteressato, né d’interesse in questa sede, in cui non potrebbe certo dibattersi della colpevolezza del medesimo candidato (comunque presunto innocente ex art. 27 Cost.) – non varrebbe, quand’anche vero, a sanare retroattivamente l’illegittimo operato della commissione, la quale ha sostanzialmente eluso l’accertamento, in capo a un candidato, di uno dei requisiti generali di partecipazione previsti dall’avviso pubblico”.
Non accolta, invece, la domanda di condanna dell’Azienda sanitaria alla riedizione della procedura, “non sussistendo un diritto soggettivo della ricorrente alla riproposizione del suo svolgimento”.

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