Sindaco e Reggio sotto lo stesso cielo per tornare a sentirsi comunità

Calato il sipario sulle Festività Mariane, è possibile recuperare un’ulteriore istantanea di quale sia la forma che Francesco Cannizzaro, proclamato sindaco il 4 giugno scorso, intende dare all’anima e al corpo vivo di Reggio Calabria.

Avendo ancora negli occhi la spettacolare performance pirotecnica che nella notte tra martedì e mercoledì ha sparso tinte sfolgoranti sullo Stretto, è stato lo stesso sindaco a condividere sui social le proprie emozioni: «Il cielo si accende di tutti i colori e la Città intera si ferma a guardare estasiata. I fuochi d’artificio illuminano Reggio e ci ricordano che lo spettacolo più bello resta sempre Lei: la nostra città, stretta all’unisono nelle sue tradizioni e nelle emozioni di un appuntamento che, ogni anno, riesce a unirci tutti, nello stesso istante, sotto un unico cielo».

Una passione che, alla luce di quanto stiamo imparando del Primo Cittadino, è facile trasferire dal piano sentimentale a quello dell’approccio concreto al ruolo di sindaco.

Oggi quell’impeto, quella supplica alla Madonna della Consolazione proclamata a gran voce dal palco, quell’aspirazione a entrare negli annali della città dalla porta e dalla parte giusta della storia, che avevano alzato il velo sulla campagna elettorale, assumono un significato chiaro e determinato dalle azioni.

Nonostante siano ben accatastati i numerosi momenti susseguitisi in questo brevissimo arco temporale dedicato alle Festività Mariane, due consegnano, senza mediazioni politiche, la cifra umana del personaggio.

Il primo, figlio naturale della tragicità di un evento, si è consumato proprio la sera di venerdì, con il popolo già salito, come da tradizionale consuetudine, in massa all’Eremo, la casa naturale della Madonna della Consolazione.

Nel pomeriggio una ragazza di 23 anni, Anthea Ranieri, vittima di un incidente stradale, aveva lasciato i suoi sogni sull’asfalto della bretella del Calopinace. La città si apprestava a vivere la sua epifania annuale e, a due passi dalla Basilica Cattedrale che l’indomani avrebbe schiuso il suo portone d’ingresso, pesante di fede e auspici, fiducia e attese, promesse e angosce, i tentacoli della morte si allungavano fino a ghermire l’intero mondo di una giovanissima studentessa universitaria.

In tanti si sarebbero limitati a un sincero moto di prostrazione, avrebbero esternato il proprio cordoglio, ma senza fermare il treno in corsa del giubilo atteso per un anno.

Cannizzaro, però, non respira individualmente: lo fa prendendo l’aria da quel senso di comunità che, per dodici anni, abbiamo vanamente invocato. Sente, e si comporta istintivamente di conseguenza, di essere guida di una comunità. Non serra la sua condotta dietro il basso steccato del Palazzo, ma la dilata fino a comprendere ogni goccia caduta dai sensi, quelli che fanno gioire e piangere, stringere in un abbraccio e allontanare furiosamente.

Non poteva, non lui, assumere un atteggiamento algido davanti a un dolore che era anche il suo, perché era quello della città. Inammissibile che nella casa comune, mentre in una stanza si piangeva una perdita piegati dallo strazio, in quelle accanto si ballasse e si cantasse: no, il volume della spensieratezza doveva essere abbassato fino a spegnere le casse dalle quali sarebbero state sparate le note in Piazza Indipendenza e all’Arena.

Per una sera, anche se quella più attesa dell’anno, Reggio doveva abbracciare la pena e il dolore.

Questo è uno dei tratti che più di tutti è risaltato nei primi cento giorni: la perfetta, mai costruita, sempre istintiva, mai studiata, sempre spontanea, immedesimazione tra la sua smania di fare e la sete popolare.

Motivo per cui è apparso quasi logico, nella sua schiettezza, il secondo gesto prepolitico che ha compiuto: nella notte tra venerdì e sabato, prima del chiarore della prima luce del giorno, insieme ai Portatori della Vara ha varcato le porte dell’autobus che, raffigurante per la prima volta la Sacra Effigie, li avrebbe trasportati, insieme alla loro devozione, da Sbarre all’Eremo.

Con loro ha compiuto il tragitto, con loro è rimasto fino alla destinazione finale. Perché al sindaco, quando parlate dei suoi concittadini, non distinguete tra un lui e un loro: lui, dell’espressione «Primo Cittadino», privilegia la seconda parola, affinché la prima si rivesta dei contenuti necessari a rendere degne le vite dei reggini.

Nessuno dei tanti deve essere consegnato alla solitudine dalla superbia dell’uno; quell’uno, invece, avverte la gravosa responsabilità, proprio in quanto parte dei tanti, di far scendere sul cammino di ciascuno la gioia della condivisione di un destino generale che non escluda.

Si può fare il sindaco e si può essere sindaco: sono due modi radicalmente diversi di cimentarsi nella conduzione di una comunità. Cannizzaro ha scelto la strada più tortuosa per gli altri, la più normale per lui.

La terza opzione: essere sindaco per fare il sindaco.

Quale atto sarebbe stato capace di esprimere maggiore potenza simbolica dell’accompagnare ad Arghillà il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in una singolare sovrapposizione temporale, proprio mercoledì, nel giorno che, a causa del nubifragio della serata precedente, ha segnato la chiusura delle Festività?

Ad Arghillà, sì, crudele inferno che le istituzioni tutte possono rendere innocente Paradiso.

Leggi l’articolo su Piantedosi ad Arghillà

Non attesa rassegnata, ma possibilità concreta; non illusione, ma chance su cui investire.

E dopo dodici anni di fermo amministrativo, cui è stata sottoposta, ora Reggio Calabria può finalmente fermarsi per alzare gli occhi al cielo e sperare che quei colori piovuti dal cielo lascino gocce di unione e comunione sulla pelle di ognuno di loro.

Rendere di nuovo omaggio al concetto di «nostra» ridarà alla città la sensazione fondata di essere unita in un legame indissolubile, in un solo battito, in un solo respiro.

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