Serra, ospedale “San Bruno” e casa della comunità: momento cruciale per la Sanità locale

L'ospedale di Serra San Bruno

Con la convocazione di un Consiglio comunale aperto per il 4 gennaio, su richiesta della minoranza, volto alla discussione sull’allocazione della casa della comunità, viene ulteriormente sviscerato un dibattito che era stato in parte sviluppato nel precedente civico consesso a cui, oltre al commissario straordinario dell’Asp di Vibo Valentia, avevano preso parte diversi rappresentanti istituzionali. Quell’appuntamento ha avviato un nuovo percorso, di cui non si conosce il punto d’arrivo. L’incontro nella Cittadella con i tecnici regionali ha poi prodotto nuovi sviluppi e il comitato “San Bruno” e l’opposizione sono tornati alla carica temendo il definitivo smantellamento dell’ospedale.

LA STORIA Sorto all’alba degli anni Ottanta il “San Bruno” ha svolto per almeno tre decenni un fondamentale ruolo di carattere sanitario, sociale ed economico subendo poi gli effetti delle disposizioni del Piano di rientro che hanno ridimensionato la struttura – ridenominata “ospedale di montagna” – prevedendo un Pronto soccorso, un reparto di Medicina ed una Chirurgia elettiva ridotta con interventi in Day surgery, a cui sono stati aggiunti i posti letto per post-acuti. Ad essere precisi, i colpi di una tendenza restrittiva erano stati già percepiti nella primavera 2007 quando le attività del reparto di Ginecologia ed Ostetricia furono sospese con la giustificazione ufficiale della necessità di sostituire i pavimenti della sala operatoria. L’inesorabile passare del tempo ha mostrato come il provvedimento fosse mirato ad altro, visto che, una volta ultimati i lavori, nessun atto di riapertura del reparto è stato disposto.

LE CRITICITÀ A parte la ristrutturazione esterna, non ci sono stati segnali di inversione di tendenza e altre criticità – prima, durante e dopo l’epoca Covid – si sono manifestate. Dai ritardi nell’esecuzione dei lavori di ristrutturazione ed ampliamento del reparto di Lungodegenza e nell’apertura del reparto di Riabilitazione ai pensionamenti dei medici non sostituiti (senza contare le mai soddisfatte richieste di una seconda ambulanza dotata di èquipe), tutto ha contribuito a minare la fiducia dei cittadini. Ad esempio, la famosa postilla inserita nei decreti dell’ex commissario Massimo Scura secondo cui “il nuovo presidio (di Vibo) è maggiore dei posti letto programmati e sostituisce totalmente l’attuale offerta pubblica dell’area interessata”, è stata interpretata come simbolo della volontà di chiudere il nosocomio serrese.

A complicare le cose è inoltre il pessimo stato della viabilità vibonese, che non garantisce trasferimenti tempestivi e moltiplicare  i pericoli per gli utenti di un territorio svantaggiato. Ad ogni modo, vanno anche considerati lo stato della Sanità nazionale e regionale in questo particolare momento storico e le criticità di carattere finanziario. Negatività amplificate dall’immagine compromessa dell’area Vibonese, che i medici preferiscono evitare per non incorrere nei rischi determinati dalle carenze di strumentazione e di personale.

IL FUTURO Servirebbe, dunque, un intervento deciso e di netta rottura rispetto al passato che incarni la reale intenzione di investire in un territorio e in una comunità che oggi si sentono abbandonati: i cittadini fuggono altrove cercando lavoro e servizi e, soprattutto, un opportunità per se stessi e per i propri figli. Dagli atti concreti e non dalle promesse passa il futuro di questo fazzoletto della Calabria. Di certo il momento è cruciale: l’alternativa allo sviluppo è la desertificazione senza ritorno.

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