Serra. Lpu, lo Slai Cobas mette in mora Comune, Regione e Governo: “Stabilizzazione o protesta”

Dopo il caso sollevato da “Il Meridio” in riferimento alla situazione degli Lpu, che rischiano di veder cessate le loro attività alla fine del mese, arriva l’intervento dello Slai Cobas che squarcia il velo di silenzio finora esistente.

Il sindacato autorganizzato, in una missiva rivolta ai ministri del Lavoro, del Pubblico impiego, per il Sud, al prefetto di Vibo Valentia, al presidente della Regione Calabria, all’assessore regionale al Lavoro ed al sindaco di Serra San Bruno lamenta il fatto che “nonostante le reiterate richieste di informazioni più volte avanzate, nessun presa di posizione ufficiale o, comunque, chiaro riscontro è stato mai fornito al riguardo”.

Lo Slai Cobas rileva che questa situazione “sta facendo montare una seria preoccupazione tra i lavoratori e tra le loro famiglie che, dopo un servizio di oltre vent’anni e dopo un servizio di oltre vent’anni e dopo un percorso lavorativo particolarmente accidentato e sofferto, rischiano ora seriamente di rimanere fuori dal circuito lavorativo con possibilità pressoché nulle di ricollocamento occupazionale”. Circostanza che “avrebbe effetti devastanti sui lavoratori e sulle loro famiglie e sull’intero tessuto socio-economico del territorio la cui responsabilità esclusiva andrebbe inevitabilmente ad essere ascritta a tali Amministrazioni non riuscendo a comprendere i motivi del mancato completamento del relativo l’iter, alla luce degli strumenti normativi previsti ed emanati dal legislatore con a tale specifico scopo per eliminare, finalmente, la grave ingiustizia sociale che tali lavoratori hanno senza colpa alcuna scontato sulla loro pelle e che, invece, rischia di perpetuarsi solo ed esclusivamente per i lavoratori di Pubblica utilità in servizio presso il Comune di Serra San Bruno a causa della sua colpevole inerzia di tutte le Amministrazione coinvolte”. Per questi motivi, il sindacato chiede “l’immediata stabilizzazione di tutti i lavoratori nostri assistiti che ne abbiano diritto”.

In caso contrario, “tutti i lavoratori accompagnati dalle loro famiglie, che insieme a loro stanno vivendo con grande ansia e preoccupazione questo momento, indiranno un sit-in di protesta permanente innanzi alla sede comunale al fine di sensibilizzare verso la loro situazione chi doveva e poteva fare e, fino ad ora, non ha invece fatto”.

Un’ulteriore protesta concerne “l’incomprensibile riduzione di ore – 18 ore settimanali – con cui sono stati stabilizzati gli Lsu e con cui, se mai ciò avverrà, verranno stabilizzati i lavoratori di Pubblica utilità laddove da anni gli stessi risultano assunti a 30 ore settimanali prima ed a 26 ore sempre settimanali poi”.

In aggiunta agli “interrogativi su come potranno i servizi comunali e le attività cui gli stessi sono adibiti essere svolti in maniera adeguata alle necessità della collettività con un così ridotto numero di ore lavorate”, lo Slai Cobas sottolinea come “la drastica riduzione della retribuzione che gli stessi andranno a percepire – non più di 600-700 euro mensili – risulta assolutamente inadeguato a garantire a loro e alle loro famiglie (essendo la maggior parte coniugati con figli a carico) un’esistenza libera e dignitosa per come previsto dalla nostra Carta costituzionale”.

“Basti pensare al fatto – aggiunge – che i soggetti che possono usufruire del reddito di cittadinanza, e quindi persone prive di occupazione, finirebbero con il poter contare mensilmente su risorse economiche superiori a questi lavoratori che invece un’occupazione ce l’hanno”.

Il sindacato segnala che “tutti, Lpu e Lsu, ormai da tre mesi non percepiscono alcuna retribuzione” e invita a “dare ai lavoratori ciò che spetta loro di diritto senza alcun ulteriore indugio, restituendogli in tal modo la dignità che ad ogni costo e con tutti i mezzi tali Amministrazioni stanno cercando di togliere, pur essendo stanziati proprio per il pagamento di tali categorie di lavoratori degli appositi fondi regionali e nazionali ormai storicizzati da tempo che è logico e conseguente chiedersi che fine abbiamo fatto”. Quindi l’avvertimento finale: in assenza di riscontri entro 7 giorni, i lavoratori “protesteranno innanzi alla sede comunale o regionale per dar voce alla propria indignazione ed al proprio disagio”.

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