Se ne parlava da anni, ora è cruda realtà. Fredda, cristallizzata in atti ufficiali, nero su bianco. La dichiarazione di dissesto finanziario del Comune di Serra San Bruno si materializza in un’afosa serata di luglio nel torpore generale. Le accese argomentazioni dei supporters (un tempo alimentate da aspettative puramente personali), miranti a dimostrare l’una o l’altra tesi, si sono ridotte agli odierni dibattiti stringati o a più o meno banali post su Facebook costruiti sul sentito dire. La verità è che la politica negli ultimi due decenni, unitamente ad un processo di “razionalizzazione” (ma poi cosa c’è di razionale nel privare una comunità dei servizi?) che ha cancellato posti di lavoro imponendo un’emigrazione di massa (gli indici Istat mostrano un crollo netto di una popolazione sempre più “vecchia”), ha levato l’entusiasmo persino a chi sullo studio della politica stessa aveva basato il proprio percorso formativo. E oggi rimangono cataste di debiti, limiti assunzionali, stipendi non versati, speranze arrugginite. Ad alimentare un dibattito non esattamente edificante è la domanda: si poteva evitare questa drastica decisione? Posto che un mero rinvio avrebbe comportato solo il ritardo del nuovo percorso (positivo o negativo), va detto che per rispondere con esattezza ci vorranno una decina d’anni, quando le riflessioni sui conti saranno più lucide, complete e distaccate e capiremo gli effetti economici e sociali.
Quello che serve, in ogni caso, per dovere e per rispetto della popolazione è la chiarezza: perché questa condizione (debitoria e di mancati incassi) è divenuta così grave? Di chi sono le responsabilità? Di singoli amministratori, dell’intero sistema, o anche di chi non paga considerandosi più furbo degli altri cittadini?
La trasparenza impone anche affermazioni non popolari: vanno certamente additate eventuali azioni “allegre” o “clientelari”, ma anche un approccio diffuso che ha permesso di non pagare tasse e contributi (rifiuti, acqua ed altro) senza una ferma riprovazione sociale. Pretendere i servizi, infatti, è un diritto, corrispondere il relativo importo è un dovere. Francamente non pagare l’acqua perché “avvelenata” o la tassa sui rifiuti perché “il paese è sporco” appaiono come bambineschi pretesti di chi preferisce spendere i soldi per comprare un Suv (ovviamente la considerazione non vale per chi realmente versa in stato di bisogno).
Questo andava detto chiaro e tondo a tutti i cittadini che spesso alla critica – per molti versi giusta – alla politica aggiungono sfoghi derivanti dalla mancata realizzazione personale.
E andava detto che ci sono state risorse sperperate, regalate o semplicemente perse per distrazione e incapacità, ma anche che altre risorse (magari canalizzate su investimenti pubblici e privati) sono arrivate grazie a intuizioni brillanti (vogliamo parlare del Patto territoriale?) salvo poi non essere messe efficientemente a frutto (la gestione dello stesso Patto).
L’Amministrazione comunale ha effettuato una scelta, da cui deriveranno responsabilità (se sbagliata) o meriti (se azzeccata), e anche per essa sarà giudicata alle prossime (lontane) elezioni. Non ha comunque deciso di non decidere e questo va rilevato.
Adesso, però, servirebbe mettere insieme le forze per cercare di recuperare e rialzare la testa. Perché se continuiamo di questo passo Serra San Bruno si svuoterà (altro che città!) riducendosi ad un ammasso di abitazioni vetuste da vendere o dare in affitto (a chi?). I sintomi di questo scenario sono già evidenti.
Al momento, come osservatori, non possiamo non notare un atteggiamento non proprio lungimirante della nostra classe politica (il riferimento è a tutte le liste), perché i consiglieri e gli esponenti politici locali sembrano rubare la scena ai capponi di Renzo. Si beccano a vicenda senza fissare l’attenzione sul vero pericolo, che non è di schieramento politico ma di carattere amministrativo. Serve un ravvedimento rapido, perché tempo da perdere (al di là delle “colpe” del passato) ormai non ce n’è più. Riteniamo che i margini per rimediare ancora ci siano, ma la classe dirigente deve avere il coraggio di investire sull’impegno e sulla meritocrazia, non sulla capacità di spostare voti. E deve scommettere sui propri pregi, non specchiarsi nei propri limiti. Senza divisioni laceranti, il cammino potrebbe essere meno irto e pietroso.