Senza risorse e con troppi problemi irrisolvibili: dai Comuni al collasso scappano anche gli amministratori

Problemi enormi, risorse limitate, (semi)impossibilità di dare le risposte che la cittadinanza si attende, impedimenti burocratici, privazione di servizi essenziali per effetto di scelte maturate a livelli superiori. E ancora: pretese inaccettabili, pressioni soffocanti, personale insufficiente, mancanza di collaborazione, probabilità di essere coinvolti in vicende giudiziarie. Si nasconde tra le maglie di queste difficoltà l’allontanamento dalla politica e dall’amministrazione: non soltanto quindi dal lato dell’elettorato attivo, ma anche da quello passivo. Sempre meno persone sono disposte ad impegnarsi per la comunità perché, a conti fatti, i rischi sono spesso maggiori dei vantaggi.

Analizzando le vicende delle zone interne del Vibonese (e tenendo conto delle diverse eccezioni, da Nardodipace a Serra San Bruno), si scoprono le inusuali complicazioni nell’allestire le liste: spesso l’avversario non è competitivo o è addirittura “inventato” per evitare di combattere anche con il raggiungimento del quorum. In questa tornata, sono impegnati nelle operazioni elettorali centri come Fabrizia, Capistrano e Spadola: chi mastica di politica si rende conto di quale sia la portata ed il senso delle rispettive “sfide”. Ma basta fare un passo indietro: Mongiana e Brognaturo (e, in parte, Simbario) hanno confermato questa tendenza. Sovente chi si ricandida, lo fa in quando amministratore uscente: per impegni già presi, per continuare l’esperienza e portarla a termine o, ancora, semplicemente per assuefazione al ruolo pubblico. Soprattutto, chi fa da parafulmine rispetto a tematiche non sempre risolvibili, cioè il sindaco, vede comprimersi in maniera sensibile la propria vita privata con tanto di ripercussioni familiari.

Chi si candida si trova ad affrontare responsabilità non immaginate: un po’ perchè solo chi è “dentro” il sistema può davvero capirne la complessità, un po’ perché gli scenari futuri non sono prevedibili. L’antipolitica soffiata prepotentemente negli scorsi anni ha avuto una componente di ragione (eccessi, abusi, sprechi, clientelismo), ma anche una di torto (la gravosità del compito non presa in considerazione, la fase storica, sociale ed economica). Ciò non ha portato ad un ampliamento dei confini democratici, semmai ha limitato la partecipazione facendo abbassare la qualità. 

La scomparsa sostanziale delle ideologie, la cancellazione delle sezioni, la diffusione di dibattiti tanto urlati quanto scadenti, lo spostamento del confronto sulla critica personale rispetto alle progettualità hanno in tanti casi indotto chi è dotato di grandi dosi di serietà a “starne fuori”. Il risultato è che il livello generale di preparazione è diminuito, sostituito da superficialità nelle valutazioni, banalizzazione dei concetti, riduzione della visione che doveva essere a lungo raggio. Inoltre, i territori che presentano vistosi deficit di sviluppo non riescono a recuperare e a ridurre le distanze rispetto alle realtà più avanzate e i fondi messi a disposizione dall’Ue sono talvolta canalizzati verso obiettivi non coerenti con le necessità locali. Senza contare che per attuare i progetti occorre avere il personale adeguato (numericamente e qualitativamente) per farlo. Con questo trend, la direzione è quella dello spopolamento. Invertirla è impresa ardua: la resilienza, abbinata alla costruzione di reti sinergiche, potrebbe non bastare. Ma è l’unica strada che abbiamo.

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