Sentenza Corte costituzionale, anche Serra San Bruno rischia il default: basta zuffe, siamo con le spalle al muro

Il rischio è quello di default per moltissimi Enti italiani. Con la sentenza n. 115/2020 di oggi, la Corte costituzione ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 38, comma 2-ter, del decreto-legge 30 aprile 2019, n. 34 (Misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi), convertito, con modificazioni, nella legge 28 giugno 2019, n. 58”. 

Si tratta della norma che regolamenta il Piano di riequilibrio finanziario degli Enti in difficoltà e, in assenza di correttivi, il pericolo è quello di una sorta di fallimento generalizzato. A lanciare l’allarme è stato il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà che ha spiegato come “senza un intervento immediato del Governo, sarebbero i cittadini a pagarne le conseguenze, con tagli dei servizi, anche quelli minimi che oggi molti Comuni sono in grado di offrire con le loro risicate finanze, e azzeramento dei crediti da parte delle imprese. Ancora una volta si apre un’enorme voragine sociale che investe centinaia di Comuni in tutta Italia. Auspichiamo un intervento risolutivo ed immediato da parte del Governo, i Comuni non hanno altra possibilità e risorse per porre rimedio ad un problema che ciclicamente mina la stabilità amministrativa dell’Ente”.

In pratica, adesso serve un’azione a livello centrale per rimettere in carreggiata tanti Comuni, come quello di Serra San Bruno, che si erano avvalsi (o avevano cercato di farlo) di questo strumento per evitare il dissesto.

Ma serve soprattutto una presa d’atto ed una serissima riflessione da parte della classe politica e della stessa comunità: non è possibile affidare la gestione amministrativa a chi non dispone delle competenze adatte, a chi non ha buon senso, a chi non ha senso di responsabilità, a chi non mette al primo posto la legalità.

È invece il momento di smetterla di farsi la guerra, di smetterla di puntare dritti “al potere”, visto come motivo di arricchimento o di prestigio personale.

È il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare non per distruggere l’avversario, ma per costruire le basi per il futuro.

È ora di guardarsi attorno: nelle aree marginali della Calabria non c’è rimasto quasi nessuno, ci sono solo poveri illusi che si azzuffano come i capponi di Renzo.

Se si continua così, la sanguinosa fuga dei giovani se (ancora) non ha riguardato noi, riguarderà certamente i nostri figli.

Se si è giunti fino a questo punto, la colpa è della politica che non ha saputo gestire, ma anche della società che ha imposto ai migliori di farsi da parte o di andare via. Il meccanismo di oppressione della meritocrazia ha estromesso i capaci dalla classe dirigente favorendo arroganti dalla parentela lunga o dal favore facile. Non è più tempo di tutto questo: è ora di unirsi e riprogrammare una società malata che spreca e approfitta, che critica e giudica gli altri ma non si sporca le mani per invertire la rotta, che predica bene e razzola male, che ammonisce il prossimo ma che sotto sotto prova a fare anche di peggio. Adesso, o cambiamo o scappiamo. A noi la scelta.

Contenuti correlati