I Finanzieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria e dello S.C.I.C.O (Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata)., sotto il coordinamento della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore Capo Giovanni Bombardieri, hanno dato corso, con il supporto operativo dei Reparti del Corpo dei Comandi Provinciali di Milano, Verona, Livorno e Roma, all’esecuzione di una Ordinanza di applicazione di misura cautelare emesse dal Giudice delle indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria, Caterina Catalano,, su richiesta del Procuratore Aggiunto Gerardo Dominijanni e dei Sostituti Procuratori Walter Ignazitto, Marika Mastrapasqua e Giulia Maria Scavello – con la quale sono stati disposti provvedimenti cautelari personali, nei confronti di 17 persone ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione di stampo mafioso, associazione per delinquere – aggravata dall’agevolazione mafiosa – finalizzata alla turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, corruzione, frode nelle pubbliche forniture, estorsione, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, così distinti:
- 9 in carcere, nei confronti di Domenico Chilà, 58 anni; Antonino Chilà, 54 anni; Giovanni Lauro, 44 anni; Antonino D’Andrea, 36 anni; Mario Carmelo D’Andrea, 66 anni; Francesco Macheda, 72 ann; Nicola Calabrò,71 anni; Massimo Costarella, 57 anni e Giuseppe Corea, 52 anni;
- 7 agli arresti domiciliari, nei confronti di Filomena Ambrogio, 64 anni; Angelo Zaccuri, 65 anni; Lorenzo Delfino, 54 anni; Sergio Piccolo, 44 anni; Gianluca Valente, 46 anni; Salvatore Idà, 57 anni e Nicola Paris, 40 anni
- una sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio, nei confronti di Giuseppe Giovanni Galletta, 63 anni.
Nel contempo, è stata data esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo d’urgenza – emesso dalla Procura Distrettuale – dell’intero patrimonio aziendale di 5 persone giuridiche, per un valore stimato di oltre 12 milioni di euro. L’operazione costituisce l’epilogo delle complesse indagini condotte dal G.I.C.O. (Gruppo d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata) del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Reggio Calabria e dal Servizio Centrale I.C.O., con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, a contrasto dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia legale.
L’attività investigativa svolta ha permesso di accertare, secondo gli inquirenti, che i servizi di pulizia e sanificazione delle strutture amministrative e sanitarie ricadenti nella competenza territoriale dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria sarebbero stati affidati ad individuate società, i cui membri, risultati essere “legati” a varie consorterie criminali operanti nel territorio della Provincia di Reggio Calabria (articolazioni di Reggio Calabria, Locri e Melito di Porto Salvo), mediante un distorto utilizzo del sistema della proroga del rapporto contrattuale, in assenza di alcuna procedura di evidenza pubblica, sarebbero riusciti per anni a proseguire artificiosamente il rapporto con l’ente appaltante. Dopo innumerevoli proroghe, riferiscono gli investigatori, illegittimamente concesse, è stata indetta una gara per l’affidamento del medesimo servizio che verrà aggiudicata, grazie ad un collaudato sistema di corruttela, alle stesse società, nel frattempo riunitesi in A.T.I.; indebite dazioni che, lungi dall’esaurirsi con l’aggiudicazione dell’incanto, sarebbero state elargite in maniera continuativa e sistematica al fine di mantenere saldo nel tempo il presunto pactum sceleris con questi siglato. Per come emerso, il sodalizio investigato, al fine di poter fornire lecita giustificazione agli ammanchi di denaro dalle casse sociali connesse alle indebite elargizioni, sarebbe stato solito fare ricorso a false fatturazioni emesse da imprese compiacenti, con le quali erano in essere, altresì, leciti rapporti commerciali. Nel corso delle investigazioni, inoltre, sarebbero stati cristallizzati specifici episodi di corruttela che avrebbero coinvolto anche il direttore della Struttura Complessa Gestione Risorse Economico Finanziarie dell’A.S.P. di Reggio Calabria, in capo al quale sarebbero state accertate indebite dazioni di denaro e altre utilità (un costoso smartphone) da parte di taluni degli imprenditori investigati, in rapporti di reciproci vantaggi, concretizzatisi per questi ultimi in una “corsia preferenziale” per il pagamento delle prestazioni rese. Il rapporto del direttore con gli indagati era diventato così stretto che gli stessi si sarebbero attivati al fine di consentire a questi di ottenere una proroga nell’incarico di prossima scadenza, il tutto attraverso l’intermediazione di un consigliere della Regione Calabria, Nicola Paris, attinto da misura cautelare degli arresti domiciliari). Era stato eletto nella lista dell’UDC, poi è transitato nel Gruppo Misto e fino a stamattina era ad un passo dalla ricandidatura per uno scranno a Palazzo Campanella, questa volta sotto le insegne della Lega. La sua campagna elettorale, a giudizio degli investigatori, sarebbe stata, tra l’altro, sostenuta da alcuni degli indagati medesimi. L’attività svolta avrebbe, altresì, permesso di rilevare come le componenti l’ATI abbiano svolto con modalità difformi da quelle previste i servizi straordinari di sanificazione e disinfestazione – affidati dall’ASP a seguito del diffondersi dell’epidemia da nuovo coronavirus – da effettuarsi presso i diversi presidi ospedalieri della provincia di Reggio Calabria. Ancora, è stato accertato che gli indagati, in piena crisi pandemica, si sarebbero indebitamente dei dispositivi di protezione individuale anti-COVID19, sottraendoli finanche al personale sanitario impegnato in occasione dell’emergenza e si sarebbero sottoposti indebitamente alla relativa vaccinazione (prevista, all’epoca dei fatti, solo per individuate categorie).
Da ultimo, sarebbero state acclarate condotte estorsive poste in essere da alcuni indagati, i quali avrebbero preteso da individuati dipendenti la restituzione di una quota parte mensile dello stipendio da questi percepito (pari a circa 250 euro, ogni mese).