San Bruno e l’inscindibile legame con i serresi: l’inquadramento storico e artistico del busto reliquiario

A coronamento dell’avvio del raccoglimento in preghiera della comunità religiosa che ha accolto in un clima di giubilo l’arrivo del busto argenteo di San Bruno nella Chiesa di Maria de’ Sette Dolori (dopo la sentita processione di sabato), ha avuto luogo il convegno di approfondimento. Il dibattito, moderato da Antonio Zaffino, è stato introdotto dai saluti del sindaco Alfredo Barillari che ha evidenziato come lo speciale evento sia “arrivato ad un anno esatto dal restauro del Monumento ai Caduti” e si sia concretizzato grazie al “lavoro unitario” del vescovo, delle Arciconfraternite e della Certosa.

La relazione di Tonino Ceravolo ha riguardato gli aspetti storici ed ha ricordato come l’ostensione al di fuori delle occasioni canoniche sia un “evento raro ma non unico” visti i precedenti del 1924 (salvaguardia della città di Serra dalla scarlattina), 1936 (anniversario dell’alluvione) e 1965, oltre al periodo 1808-1857. Ceravolo ha inquadrato la vicenda del busto tra il 1505 ed il 1524 lungo due linee: le reliquie e la riapertura della Certosa dopo i tre secoli cistercensi (e la conseguente ricostruzione dell’identità certosina). L’esperto ha inoltre riportato dati della Platea della Certosa ricordando che Bruno è stato beatificato con oracolo di viva voce nel 1514 ed è divenuto Santo nel 1622 per volontà del Papa (canonizzazione equipollente).

La relazione dello storico dell’arte Domenico Pisani ha preso le mosse dall’arrivo del busto da Napoli nel 1516 a seguito della sollevazione popolare dovuta al fatto che il priore della Certosa di San Martino non avesse provveduto a ridare le reliquie ai serresi. La restituzione avvenne poi proprio con il busto che però conteneva solo la calotta cranica fino alle arcate orbitali.

Ad avviso di Pisani, “il busto va collocato nel Rinascimento” e risente dell’influenza di Antonello da Messina (evidenti i tratti somatici marcati, caratterizzati). Inizialmente attribuito a Leone Leoni, è più verosimilmente riconducibile alla scuola di Francesco Laurana, mentre le pietre preziose della collana provengono dal Sud America. La parte tecnica è stata sviscerata dal restauratore Antonio Adduci, che ha eseguito l’intervento. Premesso che “il cantiere aperto consente alla comunità di prendere parte a tutte le operazioni, anche se in questo caso ci sono state le limitazioni dovute al Covid”, Adduci ha rilevato come il busto abbia superato avvenimenti particolari come il terremoto del 1783 e sia stato preservato grazie alla cura conservativa e alla qualità dei materiali, anche se i lanci dei confetti hanno inciso sulla sua integrità. Il restauro ha permesso di riparare danni meccanici e danni chimici facendo risplendere il simbolo della comunità serrese che, come affermato da Pisani, costituisce “un piccolo tesoro artistico e un grande tesoro religioso”.

Adduci, a margine della serata, ha donato alla comunità certosina la copia, comprensiva delle parti mancanti, della collana di San Bruno (che nella sua versione originale è in argento sbalzato e cesellato, dorato a mercurio e pietre preziose).
La riproduzione sarà applicata alla copia del busto argenteo di San Bruno collocata nel Museo della Certosa.

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