Il lascito spirituale di San Bruno ai certosini, il suo legame con Serra, il concetto di eremitismo ed il percorso storico della Certosa di Santo Stefano sono stati al centro del convegno “La paternità spirituale di San Bruno”, organizzato a corredo della mostra iconografica che resterà aperta fino al 13 ottobre. Il dibattito, complesso ed allo stesso tempo coinvolgente, ha consentito di analizzare aspetti di ordine religioso, storico e sociale confutando tesi e svelando possibili indizi connessi a nuove interpretazioni.
L’evento è stato introdotto dal sindaco Alfredo Barillari che ha ricordato le diverse attività poste in essere in preparazione dell’anno giubilare affermando che “stiamo vivendo in maniera profonda l’eredità bruniana”. Propedeutica rispetto agli interventi successivi è stata la spiegazione del priore della Certosa dom Ignazio Iannizotto che, rilevata la ricorrenza del termine “padre” nelle orazioni certosine, ha affermato che “il padre si riconosce dagli effetti che ha nella nostra vita” e che “paternità non significa progettare qualcosa per i figli, ma trasmettere ciò che si è. San Bruno – ha specificato – non ha progettato nulla sui suoi monaci, non ci ha dato nessuno schema, ma dopo oltre 900 anni sentiamo il suo sangue nel nostro sangue”.
L’argomento è stato ripreso dal professor Adelindo Giuliani (Officiale dicastero culto divino e disciplina dei sacramenti) che ha preliminarmente sostenuto che “la paternità di Bruno verso i certosini è strana, insolita, non fissa una regola e si misura sulla distanza” per poi concentrarsi sul modello aggregativo di altre esperienze eremitiche e sottolineare che “la struttura di riferimento è il Cenobio”. Giuliani ha posto la vocazione di Bruno nel paradigma biblico di vocazione, che parte “dalla iniziativa libera di Dio tramite una chiamata personale, dialogica e permanente” e a cui si abbina “una risposta libera e impegnativa dell’uomo” e che “è sempre finalizzata al bene di tutta la comunità”. “La chiamata di Bruno – ha precisato l’esperto – s’intreccia con la sua frequentazione della scrittura e la crisi che lo riposiziona. La sua è una storia di distacchi, un percorso di distacco progressivo e interiore. Bruno si distacca da tutti, anche dai suoi monaci, ma non dalla paternità. La sua ricerca di solitudine non lo lascia mai solo”. Giuliani – che ha individuato tre verbi chiave per il Santo (andare, obbedire, rimanere) – ha anche asserito che “l’eremita comprende le difficoltà di chi non riesce a credere in Dio, perché esperto del combattimento interiore”. Infatti, “ci sono diversi casi di conversione diretta dall’ateismo al monastero”.
Tavole e testi iconografici sono stati alla base della relazione dello storico Tonino Ceravolo che, collocando temporalmente gli eventi ed inquadrandoli nei contesti socio-politici (ed anche culturali ed economici) delle diverse epoche, ha offerto uno spaccato dell’evoluzione della tradizione certosina.
Partendo dall’assunto che “San Bruno non aveva l’intenzione di fondare l’Ordine (in realtà lo fa Guigo)” e rimarcato che “non c’è nessuna regola, ma abbiamo solo alcuni testi”, Ceravolo ha definito il ruolo di fatto giocato da importanti vicende storiche (come lo scisma avignonese e la reintegrazione dell’Ordine certosino nella Chiesa di Roma concretizzato grazie al lavoro del cardinale Albergati) nella formazione dell’identità certosina ed ha collegato l’idea della paternità all’albero dell’Ordine certosino, non mancando di descriverne i cambiamenti intervenuti nei secoli. Ha inoltre totalmente smentito l’episodio secondo cui il “viaggio” di San Bruno sarebbe cominciato a seguito delle rivelazioni di un teologo parigino circa la sua condanna divina dopo la morte. Ricostruita la fase iniziale (fino al 1192) ed il periodo cistercense (i successivi tre secoli), Ceravolo ha fissato nel 1497 (anno in cui nel Capitolo generale dei certosini si discute della canonizzazione di Bruno) il momento essenziale da cui cominciare a parlare dell’identità certosina. Da lì a qualche anno (1505) sarebbero state ritrovate le reliquie di San Bruno da parte del procuratore del monastero Antonio De Sabinis: fu la svolta anche per la reintegrazione dei certosini a Serra. Altre date fondamentali furono il 1510 (pubblicazione Statuti della Certosa) ed il 1524 (raccolta delle opere di San Bruno). Dunque, secondo Ceravolo, servì un concorso di circostanze (volontà dell’Ordine certosino e riconoscimento pubblico della paternità di San Bruno, ritrovamento delle reliquie, volontà della famiglia D’Aragona di aiutare l’Ordine certosino a rientrare in possesso dei luoghi) per ridisegnare una storia di cui Serra è lo snodo principale.