Regionali, la disfatta di Oliverio: un (ex) politico che ha ripudiato anche se stesso

La sua reputazione è ai minimi termini

Era il 10 dicembre del 2014 e Mario Oliverio, fresco di vittoria contro Wanda Ferro, si presentava, complice una conferenza stampa, al popolo calabrese come il professionista esperto che, da perfetto conoscitore della politica e della pubblica amministrazione frequentate per quattro decenni, avrebbe determinato, parole sue, una “rinascita della regione”.

Ora, a distanza di quasi cinque anni disgraziati ed alla luce del mare di fango in cui l’ex presidente della Provincia di Cosenza ha costretto a far sguazzare i suoi corregionali, la sua reputazione è ai minimi termini. E’, dunque, logico che non troverete una sola persona dotata di coraggio, buonsenso e medio quoziente intellettivo che ne difenda l’operato. Si rivelerebbe, questa, un’impresa improba anche all’interno del suo stesso partito, cartina di tornasole di un fallimento totale, assoluto, senza giustificazione. Tralasciando le vicende giudiziarie in cui è invischiato e che dovrebbero interessare solo i suoi avvocati e gli organi inquirenti, la bocciatura senza appello è squisitamente politica: non una delle promesse con cui aveva ubriacato gli aficionados di allora è stata mantenuta, né è stato capace di unire il popolo calabrese azzardando quella riduzione delle distanze “sentimentali” che separano storicamente catanzaresi, cosentini, reggini, tutti mai sentitisi parte di un unico corpo regionale. La Calabria, intanto, è sempre più povera, derubata finanche del diritto vitale alla salute, sommersa dall’eterna emergenza rifiuti, socialmente sbrindellata, con un’immagine all’esterno dei propri confini sempre più negativa, sofferente ad ogni livello, chiusa in se stessa in un lamento di rassegnazione cupo e sordo. Senza nemmeno più il desiderio di sperare in un riscatto ormai trasformatosi in utopia nostalgica. Una condizione talmente infelice da rendere inutile srotolare l’elenco infinito delle manchevolezze percepite dall’opinione pubblica mai riconosciutasi nella Giunta presieduta dal già parlamentare cosentino. Un Esecutivo che l’indecente fragilità della coalizione ha impedito, perfino, si dotasse di un profilo politico. Tutti assessori esterni, “tecnici” o presunti tali, pena il fragoroso crollo degli (inesistenti) equilibri interni al PD ed al centrosinistra. Il tutto nel deserto di idee e progettualità di cui i corridoi eternamente vuoti di Palazzo Campanella, sede del Consiglio regionale in cui esse avrebbero dovuto prendere corpo, sono la più perfetta delle rappresentazioni. Insomma, colui che millantò ai calabresi di essere l'”uomo forte” si è manifestato, nel corso del tempo, il più imbelle di tutti, paralizzato in un circolo vizioso di mediocrità ed inefficienza che ha affossato ulteriormente la residuale fiducia collettiva di una comunità. Di questa pochezza votata ad (in)attività politica se ne sono resi conto tutti, perfino gli autoreferenziali capetti del Partito Democratico, a Roma come in Calabria, che adesso coltivano un’unica preoccupazione: non accostare il loro nome a quello di Oliverio. Scopriranno, a loro spese, che si tratta di una pia illusione ed a nulla vale il tentativo, reiterato quanto disperato, di stroncarne le velleità di ricandidatura. Tutti ne sono consapevoli: ne uscirà con le ossa rotte, ma “il lupo di San Giovanni in Fiore” è irremovibile. Dal Pollino allo Stretto va strombazzando che lui sarà della partita, costi quel che costi ed indipendentemente dal sostegno elettorale che gli si vuole sottrarre. Una prova che avrebbe voluto, nelle intenzioni del suo protagonista, essere di forza, ma al contrario denota solo l’indolente menefreghismo di un uomo rimasto solo. Quello stesso uomo che, in quel famoso 10 dicembre 2014 menava vanto della sua libertà sconfinata. Un margine di manovra privo di argini concessogli dalla decisione, urlata ai quattro venti davanti alla platea di giornalisti, che mai si sarebbe ricandidato alla scadenza del mandato. Una scelta che gli avrebbe assicurato, disse con superba audacia, una emancipazione totale da ricatti e veti. Poco meno di un lustro più tardi quella baldanzosa sfrontatezza ha ceduto il passo alla codardia che avvinghia alla poltrona. Ripensando a quelle parole pronunciate coram populo e, contemporaneamente, vederlo oggi elemosinare, prostrato anche dinanzi all’ultimo dei sindachicchi, quel supporto che gli permetta di essere ancora in pista con il conforto di un sedicente civismo frutto bacato della sua smisurata presunzione, non solo gli consegna la patente di bugiardo, ma restituisce la misera cifra umana di quel che ha deliberatamente deciso di essere: uno scialbo ex politico disprezzato dal popolo e così pavido da non mantenere la schiena dritta nemmeno davanti a se stesso.

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