Regionali, il PD nasconde le proprie meschinità dietro il fallimento di Oliverio

Un partito si autodefinisce Democratico dovrebbe concedere all'elettorato la soddisfazione di bocciare l'ultimo indecente quinquennio

Che una parte consistente del Partito Democratico, e del centrosinistra tutto, si vergogni di Mario Oliverio è assodato; che questo sia un atteggiamento eticamente, e politicamente degno, è, invece, tutto da accertare.

La guerra senza esclusione di colpi scatenatasi all’interno del PD e della coalizione, tra il presidente della Regione uscente ed i suoi aficionados da una parte e gli avversari interni riscopertisi tali solo sul finire della legislatura, è una farsa che qualifica lo stato collettivo di quella maggioranza che per cinque anni abbondanti ha (s)governato la Calabria. Eppure, scoprire quanto impopolare fosse il Capo della Giunta regionale era un’impresa talmente semplice da essere alla portata anche dei meschini che per anni lo hanno incensato, riverenti, in ogni angolo della Calabria. Vili ed opportunisti a caccia di miserie che qualche mese fa, però, si sono resi conto della pochezza di un Esecutivo talmente irrilevante da non aver avuto nemmeno il coraggio di darsi un taglio politico proponendo oscuri “tecnici” anonimi al momento della nomina e rimasti tali dopo anni di gestione del potere. Se solo avessero letto qualche giornale, se solo avessero ascoltato la rabbia che saliva dal popolo della strada, i “Cuor di leone” che oggi impongono ad Oliverio di farsi da parte, avrebbero ben più degnamente indotto a staccare la spina molto tempo fa: non lo hanno fatto e, quindi, non meritano, alcuna giustificazione. Per rispondere alla convention dei Circoli e degli amministratori fedeli al presidente della Regione, manifestazione di venerdì peraltro obiettivamente riuscita, quanto meno nella discreta imponenza dei numeri, i sedicenti big del PD calabrese hanno sottoscritto nella giornata di sabato un documento in cui insistono nel fare riferimento ad un fumoso patto civico che non si capisce bene, ancora oggi, a ridosso delle elezioni, quali contorni abbia e quali siano i contraenti. Scorrete i nomi dei presunti vertici del partito che hanno firmato e troverete soggetti piegatisi a lungo ai diktat del Capo; alcuni miracolati ed inginocchiati; c’è poi chi ha attraversato l’intero arco costituzionale per ritrovarsi oggi, senza pudore alcuno, a moraleggiare sull’operato altrui; figurano sindaci resisi colpevoli, con l’arma letale della loro inidoneità, del massacro delle proprie città. Personaggi ai quali sfugge il senso della vergogna e che, adesso, con il terreno franante sotto i loro piedi, tentano disperatamente di afferrare i pochissimi rami rimasti saldi dopo l’alluvione di oscenità cui essi stessi hanno condannato la Calabria. Oliverio è certamente indifendibile, ma altrettanto indubitabilmente un partito che si autodefinisce Democratico dovrebbe concedere all’elettorato la soddisfazione di bocciare l’indecente quinquennio appena trascorso. Non arrogarsi il diritto oligarchico di stabilire, all’interno di una conventicola formata da pochi capibastone mossi dall’esclusivo interesse personale, di proporre una soluzione alternativa che possa mascherare le loro malefatte provando penosamente a recuperare una verginità abbondantemente perduta. Tra l’altro, Oliverio, respirata l’aria di legittima ostilità che lo opprimeva, si è limitato ad indicare il percorso delle Primarie, per il PD e l’alleanza la via maestra per antonomasia, ma solo ad intermittenza, a seconda delle piccole convenienze del momento. Bassezze che trovano conferma persino nei comportamenti di queste ultime ore: davanti all’ostinazione del massimo esponente della Giunta regionale, perché non hanno ancora avviato la procedura dell’espulsione nei suoi confronti? Perché non hanno adottato provvedimenti a carico del corpaccione del partito che ha preso posizione ponendosi al suo fianco? E, soprattutto, perché, ad un paio di mesi dalle elezioni, non hanno avuto il coraggio di tirare fuori il nome alternativo? Ce l’hanno? E, in caso di risposta affermativa, lo spiattellino sotto gli occhi dei calabresi, spiegando contestualmente i motivi che li hanno indotti a chiedere discontinuità rispetto alla gestione di Oliverio. Una istanza che, peraltro, proviene da un partito talmente disfatto da essere ormai commissariato per definizione e struttura. Quella stessa discontinuità che, a questo punto del ragionamento, immaginiamo, pena l’indegnità eterna, sarà il mantra seguito dai santoni del centrosinistra anche in vista del rinnovo del Consiglio comunale di Reggio Calabria, in programma appena qualche mese dopo le Regionali.

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