Regionali: De Magistris muove le acque, ma a sinistra qualcuno affoga nel mare inquinato della partitocrazia

Quanto gli esponenti politici, anche sul territorio, abitino pianeti distinti e distanti rispetto ai sentimenti collettivi dei loro militanti èindicato da quanto accaduto nelle ultime ore in Calabria all’interno di Articolo Uno. Un partito, bene non dimenticarlo, nato dalla scissione sul fianco sinistro del PD e dettata dall’insofferenza dei bersaniani nei confronti del centrismo renziano allora sovrano nel Partito Democratico.

Dovrebbe, perciò, essere naturale individuare, volta per volta, uno sbocco in direzione di posizioni nette, non compromesse da un governismo sonnolento sul quale cullarsi al ritmo della dolce brezza del potere. Pur prendendo in considerazione la durissima legge dei numeri, quei numeri che impongono, a Roma come in periferia, un’alleanza organica tra PD, Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali (organizzazione politica presente solo nei Palazzi di Camera e Senato, mai andata oltre lo status di lista elettorale). Ciononostante, la fluidità delle dinamiche politiche da un lato e la saldezza delle idee fondanti dall’altro dovrebbero dare agio ad ampi margini di manovra in quel campo progressista e radicale nel quale, per esempio in Calabria, si sta muovendo Luigi De Magistris. Un mondo variegato, ma unito come raramente si vede a sinistra, che mette assieme movimenti e associazioni, demA e Rinascita per Cinquefrondi, La Strada con Saverio Pazzano e Potere al Popolo, insieme a Calabria Resistente e Solidale, animata da simboli e lotte ben riconoscibili anche a livello nazionale, come, solo per fare un nome, quelli incarnati da Mimmo Lucano. Si direbbe l’habitat naturale per una forza come LeU e, infatti un paio di Federazioni, come quelle di Catanzaro e Vibo Valentia, sabato hanno lanciato il sasso nello stagno. Non una provocazione, ma un’azione di piena coscienza del posto occupato nello scacchiere e nella società, affiancata da una richiesta di discussione reale sulle prospettive concrete in vista delle imminenti elezioni regionali. Una proposta tesa a costruire che, però, dai capataz regionali, di cui fino alla serata di sabato si ignorava invero l’esistenza, è stata interpretata come una fuga in avanti divisiva, tale da affievolire il peso specifico della coalizione e, di converso, rafforzare quella avversaria. Prima di tutto verrebbe da chiedersi: “Quale coalizione?” Se il livello è nazionale, perché allora non inserire organicamente anche Forza Italia e Lega, che del Governo Draghi sono azionisti molto influenti (per usare un eufemismo)? Senza tralasciare il dettaglio, non proprio insignificante, che, ad esempio a Roma, Capitale d’Italia, il Partito Democratico, in barba al rispetto inderogabile delle alleanze date, si è guardato bene dall’abbracciare la ricandidatura di Virginia Raggi, Ma a lasciare di stucco è il richiamo, in riferimento a De Magistris, “a scelte autoproclamate”: un rimprovero mosso da organizzazioni partitiche che stanno sopravvivendo esclusivamente grazie alla blindatura di decisioni adottate da caporioni poco avvezzi alla buona creanza democratica, ma sintonizzati con precisione sulla stessa lunga d’onda dei regimi oligarchici. Sistemi che cooptano il peggio su piazza e agitano i forconi all’ingresso se il meglio prova ad avvicinarsi troppo all’ingresso. L’autoreferenzialità, in effetti, rappresentava un ostacolo potenziale all’alba della candidatura dell’attuale sindaco di Napoli che, però, nel corso delle settimane è stata cancellata dalla legittimazione ricevuta da un insieme corposo di forze singole e collettive debitamente a distanza dal sistema sotto il cui giogo ansimano i calabresi. Immaginare che un militante sincero di Articolo Uno, per intenderci qualcuno che non si confonda in mezzo alle truppe cammellate, possa affidare ideali e speranze a Nicola Irto, campione di un centrismo senza contenuti e perciò premiato con una carriera fulminea che lo ha fatto sedere sulla poltrona più prestigiosa e remunerativa del Consiglio regionale durante la contestata stagione agitata dal vento di Mario Oliverio, è rappresentativo di una distonia pericolosa con il proprio medesimo elettorato. Un discorso che vale con forza ancora maggiore per il Movimento 5 Stelle che, quantunque vanti una nutrita pattuglia di parlamentari calabresi, finora non ha creato uno stuolo di notabili, ras spietati nascosti sotto nobili bandiere e massimi responsabili della carneficina di diritti patita dalla Calabria. Una condizione che ha una conseguenza facilmente prevedibile: solo una porzione infinitesimale dei simpatizzanti pentastellati sceglierebbe di accordare il consenso alla quintessenza del PD calabrese, Irto, rinunciando all’opzione De Magistris, molto più in linea con i sentimenti che animano le loro percezioni all’interno della cabina elettorale. Scoprire che i capataz di partitini e partitelli di sedicente sinistra non lo capisce stupisce relativamente: essi, come noto, vivono una realtà parallela che impedisce loro di comprendere quanto sia non più sopportabile la fame di radicalità. Non è importante da dove arrivi la bufera che il popolo attende per veder abbattute le catapecchie dello status quo, conta solo che arrivi, impetuosa e travolgente, a trascinare via le case dei fantasmi.

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