Regionali. Callipo accusa i calabresi, ma ad uscire sconfitto è stato il suo opportunismo

Il più perfetto degli esempi di camaleontismo calabrese

“I calabresi non hanno voluto il cambiamento”: con questo giudizio sprezzante, falso ed anche un po’ codardo, il supereroe Pippo Callipo ha provato a scrollarsi subito di dosso le colpe di una sconfitta senza limiti di cui lui, al pari della viltà del PD calabrese, porta, invece, tutta la responsabilità.

Sarebbe troppo semplice ricordare al candidato del centrosinistra con evidenti problemi di memoria che la coalizione uscente nella stanza dei bottoni della Cittadella e di Palazzo Campanella era quella che lui ha guidato in una surreale campagna elettorale conclusasi con l’ecatombe di domenica. La verità è che i calabresi non hanno creduto che il cambiamento potesse essere incarnato da un anziano milionario a lungo sostenitore del centrodestra, ma anche simpatizzante del Movimento 5 Stelle, ma anche altezzoso a sufficienza da presentarsi alle Regionali di dieci anni fa mettendo assieme il tintinnio di manette suonato da Antonio Di Pietro ed il rispetto dello stato di diritto della Lista Bonino-Pannella. Il più perfetto degli esempi di camaleontismo calabrese che ha approfittato del Partito Democratico calabrese, commissariato per l’eternità e con l’unico obiettivo di liberarsi dell’ingombrante presenza di Mario Oliverio. Un PD, consegnatosi mani e piedi all’imprenditore del tonno che, come fosse un severo catone, ha colto al volo l’occasione sentenziando sulle proposte di candidatura: giudizi inappellabili perché senza contraddittorio, ma nascondendo l’ipocrisia di fondo che, tutto sommato, Tizio è impresentabile, ma magari Caio, da Tizio stesso sostenuto, è perfettamente funzionale alla doppiezza peculiare di chi ha fatto dell’equilibrismo tra poteri un’arte da mettere in scena davanti alla platea dei casti e puri . Quella platea, però, come hanno dimostrato le urne, non applaude più.

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