Reggio non è cosa tua

Per colpe a lui solo ascrivibili, "Reggio (per oltre cinque anni) non è sta casa nostra"

Il trucchetto, a costo zero, è sempre lo stesso: mascherarsi da paladini della legalità e giocare sull’ingenuità ignorante della parte poco perspicace dell’opinione pubblica.

Sembra, infatti, di capire che Giuseppe Falcomatà voglia calare questa carta truccata sul tavolo della campagna elettorale, se non altro per mantenere ferma una ricandidatura che, a dispetto del mantra ripetuto da Nicola Zingaretti, è tutt’altro che blindata. Obiettivi più ambiziosi, purtroppo per il sindaco, in verità, non sono contemplati: nonostante gli sforzi comunicativi, dall’inizio di giugno dismetterà la fascia tricolore che sarà indossata, è auspicabile, da figura più dignitosa ed efficace. Ma provare ad illudere i potenziali elettori professandosi irreprensibili tutori della purezza adamantina propria dell’uomo senza macchia e senza paura fa sempre una certa presa su una porzioncina di popolazione fanaticamente settaria. E il Primo Cittadino questa volta ci ha provato con un post pubblicato su Facebook in cui, cedendo a slogan stanchi e patetici, si è impegnato in un coraggiosissimo e temerario “REGGIO NON E’ COSA VOSTRA MA E’ CASA NOSTRA”. Davvero audace, una tonitruante asserzione che mette i brividi, anche solo a pensarla. Un urlo di guerra contro la ‘ndrangheta che, siamo certi, avrà ottenuto l’effetto sperato con boss ed affiliati di ogni clan di Reggio, della Calabria e dell’universo mondo atterriti da questa impavida levata di scudi. Ma, a parte questo repentino fuggi fuggi di criminali rimasti senza fiato di fronte al veemente proclama social di Falcomatà, colpisce che dopo cinque anni e quattro mesi il medesimo non abbia ancora intuito che “Reggio non è cosa sua”, come si usa dire da queste parti. Il fatto stesso che, al fine di recuperare un minimo di consenso, debba affidarsi a vicende che non lo riguardano nemmeno indirettamente, perché trattasi di operazioni giudiziarie ben distinte e distanti dalla condotta amministrativa, potrebbe indirizzarlo verso la realtà rovinosa distinguibile da chiunque. Se “Reggio è casa nostra”, peraltro, sarebbe opportuno nutrire dubbi su quale sia lo standard abitativo a cui è abituato il Primo Cittadino, perché è difficile considerare casa propria quella nella quale aprire il rubinetto è diventata ogni volta una scommessa sull’esito di quel gesto elementare: uscirà o non uscirà l’acqua da quel pertugio? E’ altrettanto faticoso sospettare che Falcomatà girovaghi per il suo appartamento saltellando tra una montagna di spazzatura e l’altra o prestando attenzione al pavimento talmente sconnesso da provocare seri danni a chi è obbligato a percorrerlo. Sì, è vero, finalmente gli imprenditori hanno denunciato e sì, è altrettanto vero che uomini dello Stato si sono comportati come sempre si dovrebbe in questi casi: proteggendo e dando speranza. Ma, mettendo tra parentesi il resto del pistolotto di ovvietà che hanno riempito il post su Facebook, qual è il merito del sindaco? Non metta il cappello lui, non mettano il cappello altri, su inchieste condotte dalla magistratura e che dovrebbero rimanere nell’alveo delle aule di Tribunale: là dove si fa, o si dovrebbe fare la Giustizia vera, che nulla ha, e nulla deve avere, a che vedere con politicanti desiderosi di rifarsi una verginità perduta facendosi scudo con toghe e divise. Ed in quest’ultimissimo tratto di strada da attraversare assiso a Palazzo San Giorgio faccia ammenda su ciò che ha causato, perché, dolorosamente per lui e per la città, “Reggio non è cosa sua” e, soprattutto, per colpe a lui solo ascrivibili, “Reggio (per oltre cinque anni) non è sta casa nostra”.

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