Reggio nei Palazzi: la missione che Cannizzaro ha affidato a Roscioli

C’è un’idea che, più di ogni altra, ha attraversato il comizio conclusivo della campagna elettorale del centrodestra reggino, venerdì sera in Piazza Duomo: la candidatura di Fabio Roscioli alle suppletive è la prosecuzione di una storia politica.

Quella che la coalizione ha raccontato alla città è, a tutti gli effetti, una staffetta: Cannizzaro ha scelto Reggio, rinunciando allo scranno di Montecitorio; Roscioli entrerà a Montecitorio per continuare a fare ciò che Cannizzaro ha scelto di fare da sindaco, secondo la sua visione politica.

È una costruzione politica precisa.

Perché il tema di fondo è chi rappresenterà Reggio disponendo della forza politica per farlo.

Cannizzaro ha costruito il suo intervento proprio attorno a questa idea di forza. Ha rivendicato la piazza senza transenne, il rapporto fisico con la città, il parlare senza filtri e senza protezioni. Dietro quella scenografia c’era qualcosa di più sostanziale: la rivendicazione di una leadership territoriale. Reggio come spazio politico nel quale il consenso si conquista guardando negli occhi gli elettori.

L’accusa rivolta a Roscioli non era, in sé, quella di essere un uomo venuto da fuori. Era un’accusa politicamente più insidiosa: essere stato calato dall’alto, scelto dentro gli equilibri di Forza Italia e consegnato al collegio come candidato da far votare al territorio. Metteva in discussione la genesi stessa della candidatura. La domanda era chi lo avesse scelto. Si contestava il processo attraverso il quale quell’uomo era arrivato sulla scheda.

La risposta di Cannizzaro è stata, per questo, tutt’altro che marginale. È stata una controffensiva identitaria. Se l’accusa è che Roscioli sia un candidato imposto dai Palazzi, la risposta consiste nel trasformarlo nell’uomo che proprio quei Palazzi può utilizzare nell’interesse di Reggio.

È un ribaltamento concettuale.

Il candidato tratteggiato come il prodotto di una decisione presa altrove è offerto ai reggini come colui che dovrà avere accesso proprio ai luoghi dove le decisioni vengono prese. La sua distanza dalla politica quotidiana della città diventa una risorsa: la mitezza, la preparazione, la capacità di mediazione, la familiarità con le istituzioni vengono messe al servizio di una missione che ha un obiettivo dichiaratamente territoriale.

Roscioli, insomma, sarà il deputato attraverso il quale Reggio entra nei Palazzi.

La scelta del Primo Cittadino produce, dunque, una conseguenza politica: se Cannizzaro ha lasciato Montecitorio per Palazzo San Giorgio, qualcuno deve occupare quello spazio a Roma, mantenendo ben teso il filo con la città.

Roscioli è la figura destinata al contatto diretto con ministri, parlamentari e imprese, a ricercare sintesi, a entrare nei luoghi dove si decidono i finanziamenti e a sbloccare ciò che è rimasto impantanato a causa dell’inerzia del centrosinistra.

Un terminale politico.

Un uomo chiamato a trasformare il rapporto con il Governo in opere, finanziamenti, provvedimenti. Una strategia che si accompagna perfettamente alla notizia, rivelata dal palco, relativa ai cento milioni per il porto, all’orizzonte delle navi da crociera già dal 2027 e al recupero delle risorse per il campo Coni. Il messaggio politico è inequivocabile: il voto a Roscioli è associato alla capacità di aprire porte che altrimenti rischierebbero di restare chiuse.

Il centrosinistra ha il problema opposto: uomini incapaci di difendere Reggio, interessi territoriali sacrificati ad appartenenze più grandi, decisioni prese altrove. L’attacco ai vertici regionali del Partito Democratico si inserisce dentro questo schema. L’accusa è quella di una parte politica che ha progressivamente ceduto pezzi di sovranità territoriale.

Il centrodestra prova a rispondere con una formula politicamente potente: noi non svendiamo Reggio perché siamo Reggio.

È la stessa grammatica che legittima l’attacco a chi arriva da Lamezia Terme per sproloquiare della Rivolta. E legittima l’ironia feroce nei confronti di avversari che il giorno prima avevano attraversato il Corso Garibaldi affiancati da giovanotti baldanzosi, indossando la maglia del Catanzaro. La via naturale per trasformare la campagna elettorale in una contesa sull’autenticità.

Chi conosce Reggio?
Chi la rappresenta?
Chi la usa come semplice collegio elettorale?
E chi, invece, è disposto a mettere il proprio capitale politico al servizio della città?

La funzione politica delle parole di Cannizzaro è una: portare la competizione sui terreni della concretezza, del pragmatismo, dell’appartenenza.

Cannizzaro, sin dal suo annuncio, ha difeso il principio secondo cui la candidatura di Roscioli debba essere giudicata per ciò che può produrre per Reggio.

Se viene dai Palazzi, che serva a Reggio nei Palazzi, facendo in modo che le competenze dello stimato avvocato, tesoriere nazionale di Forza Italia, siano convertite in risorse per il territorio.

Roscioli, il candidato capace di portare la città dove si decide.

La questione, allora, non è semplicemente se Roscioli sia reggino o romano.

È molto più seria.

È se la politica di una città debba misurarsi sulla provenienza di chi la rappresenta oppure sulla capacità di chi la rappresenta di portarne il peso nei luoghi del potere.

Cannizzaro, senza esitazioni, ha scelto, per questo brevissimo lasso temporale rimasto fino alla fine della legislatura, la seconda risposta.

E ha costruito attorno a quella risposta l’intera serata di Piazza Duomo: una città che non vuole più chiedere permesso, una coalizione come comunità di destino, un sindaco che rivendica di avere rinunciato a Roma per Reggio e un candidato chiamato a lavorare a Roma proprio per Reggio.

È una staffetta, certo.

Ma è soprattutto un esperimento politico.

Cannizzaro resta in città. Roscioli resterà nei Palazzi per fare in modo che tra i due possa esserci una sola linea di comando politico.

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