Sarà sicuramente responsabilità dell’incessante lavorio per individuare i candidati al Consiglio comunale ed al Consiglio regionale, prossimi al rinnovo; sarà che la calura estiva stronca ogni entusiasmo civile e rende sudaticcio lo sdegno, ma sta di fatto che all’alba del mese di agosto la politica reggina e calabrese sono state scosse da un sisma di magnitudo elevatissima e, ciononostante, a lasciare interdetti gli osservatori sono state le caselle di posta elettronica dei giornali rimaste malinconicamente vuote.
Diciamoci la verità, tutti ci aspettavamo un profluvio di note intrise di indignazione e disgusto: l’arresto di un consigliere regionale come Sandro Nicolò, vecchio marpione della politica fin dai tempi della Giunta comunale presieduta da Falcomatà senior (siamo all’alba degli anni ’90, quando all’epoca militava nelle fila del Partito Repubblicano prima di essere accecato dalla passione per Silvio Berlusconi che lo ha accompagnato fino alla cocente delusione della mancata candidatura alle Politiche dello scorso anno); i domiciliari per il leader della maggioranza in Consiglio regionale, Sebi Romeo, capogruppo del PD, pretoriano del presidente della Regione Mario Oliverio, nonché ispiratore delle strategie volte a puntellare il consenso nei confronti del sindaco Giuseppe Falcomatà; i guai grossi grossi in cui, per l’ennesima volta, è incappato Demetrio Naccari Carlizzi, ras del Partito Democratico che del Primo Cittadino è cognato, guai grossi grossi he puzzano di ‘ndrangheta e favori, appalti e pubblica amministrazione, illecita raccolta di voti e potere esercitato con superbia pari alla sua illegittimità. Insomma, senza tralasciare gli imprenditori Berna, noti e addentati nei gangli più nascosti, tutto lasciava presupporre che, gettando un’occhiata schifata su una discarica istituzionale da cui sale un fetido tanfo di malaffare, così fetido da avere scioccato, evidentemente, anche il resto della classe politica ed associazionistica cittadine, ci si sarebbe prodotti in requisitorie feroci. Ed invece, ad eccezione dei parlamentari calabresi del Movimento 5 Stelle, della Segreteria regionale della Fiamma Tricolore, dell’associazione contro le mafie “Libera” e della locale sezione di Confindustria, non un balbettio pubblico è arrivato da esponenti dei vari partiti e della società presunta civile. Le forze politiche interessate dal coinvolgimento diretto di loro rappresentanti di primissimo piano se ne sono lavati le mani: uno, Fratelli d’Italia scaricando Nicolò come se fino a quel momento fosse stato l’ultimo dei militanti e dimenticando che non più tardi di un paio di mesi fa la leader Giorgia Meloni lo aveva pubblicamente incoronato come autorevolissima opzione per la poltrona di sindaco di Reggio Calabria. L’altro, il PD, limitandosi a sospendere i “cattivi” e ad assicurare, per bocca di Oliverio (un esperto del ramo, essendosi poco tempo liberato dall’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore), che Romeo non era invischiato in faccende di ‘ndrangheta, ma solo (sigh) di corruzione. Ma a destare profondo stupore è il silenzio generale che ha contagiato il resto dei partiti: quelli che, in linea puramente teorica, avrebbero potuto sparare a zero sugli acerrimi rivali. Eppure non è successo, e certo non per un inesistente garantismo, se non ad intermittenza: mutismo nella fila di Forza Italia, né è volata una mosca dalle parti della Lega, volendo stendere un velo pietoso sulla comunicazione social del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che dietro lo slogan buono per tutte le stagioni: “La pacchia è finita”, nasconde una banalissima verità: in Calabria, infatti, tutto è mancato storicamente tranne gli arresti dei politici, ben prima del suo avvento al Viminale che, peraltro, alcun merito può vantare sulla felice riuscita di un’indagine simile. Nemmeno una sillaba anche dal Movimento Nazionale per la Sovranità che, pure, in Naccari Carlizzi individua, con ottime ragioni, un figuro sulle cui disavventure giudiziarie banchettare, se non altro, per restituire una minima parte del veleno che costui, con bassezze di qualità simile alla sua spregiudicatezza, ha sputato nel corso del tempo in direzione contraria. Nulla nemmeno da loro, come (ma questa è ormai un’abitudine consolidatasi nel corso degli ultimi anni) le labbra cucite dalle parti di quella Reggio che un tempo non taceva salvo poi soffrire di un mutismo selettivo che ha avuto un unico merito: quello di smascherare la sete, da soddisfare beandosi col tintinnio delle manette ai polsi di qualcuno in una limitata epoca storica. Abbattuto il nemico, le corde vocali si sono rinsecchite fino a diventare esili fili cui abbarbicarsi per non disturbare il manovratore e fare finta di vivere in una “città normale”.