Reggio asfaltata dalla banalità del Niente

Nel giro di appena 24 ore, tra le mattine di martedì e mercoledì, gli attorucoli che si dilettano sui palcoscenici dei peggiori teatri di periferia travestiti comicamente da amministratori pubblici reggini, hanno regalato due rappresentazioni brillanti del loro talento innato per la speculazione sul niente e per il raggiro costante ai danni dei pochi gonzi rimasti sugli spalti ad assistere a performance di qualità repellente.

Tra Piazza Italia e via Tommaso Campanella, gli artisti della finzione sono saliti alla ribalta in un caso fingendo di essere dalla parte dei lavoratori che protestavano a causa delle difficoltà in cui sono piombati in seguito alle continue restrizioni patite nel corso dell’ultimo anno.; nell’altro vendendo, signori e signore, una striscia di asfalto in pieno centro storico come un’opera degna essere annunciata coram populo a media unificati. Ad alzare il sipario sulla scena del grottesco è stato il vicesindaco metropolitano, Armando Neri che, vuoi per ignoranza vuoi per codardia, ha balbettato qualcosa per levare di dosso qualsiasi responsabilità dalle spalle della propria parte politica e depositarla su quelle del presidente facente funzioni della Regione, Nino Spirlì, reo di aver assunto, a dire del prestigioso uomo di Stato già stimatissimo Principe del Foro, di aver assunto una “decisione unilaterale” in merito alle “chiusure indiscriminate ed alla zona rossa”. Lo stesso giochino che ha tenuto impegnata per qualche minuto pure Irene Calabrò, assessore alle Attività produttive, anche lei ignara di come si siano svolti gli eventi nel corso degli ultimi mesi; anche lei, naturalmente disinformata circa il dettaglio che il Governo nazionale, decisore supremo, vede nel centrosinistra, fin dall’estate del 2019, il suo artefice primo e pilone tra i più robusti dei due Esecutivi succedutisi. L’acme dell’estrosità stravagante è stata, però, toccata, dalla presenza, “a sostegno” dei manifestanti, del consigliere metropolitano delegato che, da perfetto giovincello di lotta e di governo, levava, a favore di telecamera, il sopracciglio sdegnato nei confronti dei responsabili della gestione apocalittica dell’emergenza pandemica, scommettendo tutto sulla sua impudenza. Un’impudenza abbondante al punto da impedirgli di ricordare che lui, Filippo Quartuccio e non altri, risulta essere fierissimo rappresentante locale del partitino di cui ha le redini Roberto Speranza, ministro della Salute e super falco della linea dura e pura fondata sull’interruzione di tutte le attività e, inutile ricordarlo, massimo responsabile della conduzione calamitosa sul piano sanitario. Ma lui, come se nulla fosse, era lì, in piazza, a dare ragione a coloro che, esausti, esprimevano tutto il disagio accumulato per le scelte miopi del suo capetto. Chiuso il primo tempo della commedia, l’attesa per il secondo atto è stata molto breve: l’indomani mattina, tra squilli di tromba e rulli di tamburi, la fanfara di Giuseppe Falcomatà ha espugnato via Tommaso Campanella per asfaltare il manto stradale. Confondendo Bagaladi con la Città Metropolitana di Reggio Calabria, il sindaco legittimato da allettati e defunti ha inteso lanciare il proclama sfidando il senso del ridicolo e quello della sana amministrazione, come ammesso dal medesimo Primo Cittadino che, ben conscio della frivola insulsaggine proposta alla cittadinanza, ha messo le mani avanti scusandosi per il ritardo accumulato. Una inettitudine conclamata nel tripudio dell’allegra brigata di “mangiatori ‘i cori” e scippatori di striscioni, ragionieri di stanza a Genova ed avvocaticchi delle cause perse, professioniste dell’antimafia e dilettanti dai curriculum vuoti: tutti mossi da fili ben spessi che il burattinaio muove a piacimento finché la lugubre recita imporrà loro di applaudire a comando sullo sfondo di di un piazzale e di una scalinata ampollosamente definiti Waterfront, tuttora sottratti proditoriamente al pubblico utilizzo per volere del reuccio al quale si inchinano ricchi di devozione servile e poveri di orgoglio.

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