Raccomandazioni, corruzione e servilismo: così la Calabria allontana i suoi figli

Individuare i motivi della differenza tra i territori sviluppati e quelli arretrati unicamente nella dotazione di risorse naturali e nelle specificità orografiche comporta di incappare nell’errore storico che trascura il valore (decisivo) della componente umana. La crescita culturale, sociale ed economica trae origine dalla capacità di valorizzare ciò di cui si dispone adottando la strategia più idonea ed attuabile.

Questo passo comporta la basilare evoluzione dal concetto di “individuo” a quella di “società”, implicando quest’ultimo termine la condivisione di valori, la ripartizione dei ruoli e la specializzazione, la cooperazione, la fiducia nel sistema. Tutte componenti in grado di generare migliori prestazioni, economie di scala, prodotti di qualità, comunità altamente competitive. In questo contesto, trasparenza e meritocrazia diventano le chiavi fondamentali per far funzionare l’intero apparato, garantendone l’efficienza.
Al contrario, laddove le logiche personali o al più familiari o di clan prevalgono, permangono e si riproducono – escludendo i fattori in grado di portare innovazione – si registrano circuiti perversi e miranti all’autoconservazione.
Aree come la Calabria non riescono a riemergere per la carenza o il malfunzionamento di servizi, l’assenza di infrastrutture moderne e di mercati di rilievo, l’occupazione politica degli Enti, la parzialità della burocrazia. Elementi che si traducono nella sostanziale impossibilità di creare lavoro, nella fuga dei giovani laureati, nelle gravi difficoltà dell’imprenditoria.
Causa di questa depressione civile è stato il consolidamento di un sistema impostato, per intere generazioni, da un lato sulla corruzione, sulla concussione, sulla raccomandazione e dall’altro sul servilismo, sull’ignoranza e sulla paura. I pochi che hanno superato il timore del denunciare hanno persino dovuto fare i conti con la riprovazione sociale, mentre gli ultimi restavano ultimi ed i primi salivano ulteriori scalini.
Mentre i “posti”, quelli di vertice ed a tempo indeterminato, venivano fagocitati dai figli dei potenti (non necessariamente politici) o da chi poteva pagare, a chi proveniva da una famiglia umile venivano al più elemosinate briciole di precariato. Pagliuzze che occultavano la vista di chi invece di ribellarsi si è pure sentito in dovere di portare capretti ed agnelli a dottori e professoroni. Il risultato è che la gestione del sistema è stata affidata a soggetti incapaci e senza una visione, che hanno avuto solo il pensiero e la prospettiva di “sistemare” parenti, nipoti e compari.
Chi ha potuto è scappato da queste miserie, qui è rimasto chi ha lucrato da questo sistema e chi, senza padri o padroni, continua a combattere un po’ come don Chisciotte contro vizi e deviazioni. Con l’illusione che la giustizia, in questo mondo o nell’altro, alla fine potrà riaffermarsi.

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