QUI SINISTRA/ L’obbligo di rinascere dagli “ultimi”, il rischio di morire con i “primi”

Il primo passo per ripartire è tornare là dove la Sinistra è cresciuta da sempre, nelle piazze, per le strade, nelle sezioni

Cosa sia diventata la Sinistra è rappresentato plasticamente dall’asservimento alla logica tecnosanitaria imposta da un Signor Nessuno diventato, non si sa bene come, Capo del Governo di professione, di qualunque Esecutivo, di qualsiasi orientamento.

La perfetta incarnazione di una parte politica che, progressivamente nel corso del tempo, ha perso anima e pensiero critico, i due pilastri sui quali impostare la ricostruzione. Riportare all’ovile un elettorato fuggito verso altri lidi, attraenti quanto illusori, e contemporaneamente attrarre nuovi consensi necessita di una sincerità e di una credibilità persi strada facendo. Perché ciò avvenga è saggio tornare tornare ad imboccare il percorso della tutela di quei diritti sociali che, nella narrazione degli ultimi anni, sono stati immolati sull’altare dei diritti civili, doverosamente da promuovere e difendere, ma non a scapito dell’avvolgente protezione universale divenuta, nell’immaginario collettivo, un marchio di vergogna. Un sovvertimento delle priorità che ha respinto molti di coloro in passato legati a doppio filo a ideali e tradizioni di un mondo non più riconoscibile dai loro occhi, dai loro interessi. Le responsabilità maggiori sono, naturalmente, in capo al Partito Democratico: un autoreferenziale poltronificio che di democratico, soprattutto in periferia, non ha conservato nemmeno la parvenza, al punto tale da fare spallucce, anzi, assecondare l’assunzione dei pieni poteri a suon di decreti da parte di quello stesso presidente del Consiglio un giorno avviluppato a doppio filo alla Lega. Non una novità, se è vero come è vero che la Sinistra ha abdicato da decenni al nobile garantismo liberal-socialista per sposare un giustizialismo forcaiolo non meno populista di quello di destra. A furia di riposizionarsi, del resto, ci si è spostati così tanto verso il centro da collocarsi, in troppe circostanze, al di là del limite della decenza intellettuale. Riprendere, per esempio, il filo del discorso bruscamente interrotto con la classe lavoratrice per saltare con entusiasmo sulla barricata degli imprenditori, è il primo passo per riavvicinarsi a questioni nascoste sotto il tappeto o, peggio, non percepite come rilevanti. L’espressione “spesa pubblica” pare essere diventata una bestemmia in bocca a spregiudicati sovversivi, schiacciati dal potere soverchiante dei parametri finanziari, recinto da non oltrepassare anche in in settori strategici (Sanità, Trasporti, Scuola, Acqua), che forze politiche dichiaratamente di Sinistra non dovrebbero mai consentire siano assoggettati a criteri diversi dal bene comune e universalistico. Soltanto dimostrando di avere a cuore le sorti della comunità di prossimità le si può parlare senza temere di non apparire distanti. Perché, nel mondo globalizzato, è giusto, legittimo ed in linea con la storia della Sinistra, condurre battaglie a favore dei popoli disperati della terra, ma accompagnando questo sentimento di condivisione con la presa in carico dei problemi enormi sofferti dalle periferie del Paese, marginalizzate da politiche che esaltano i “primi” e dimenticano gli “ultimi”. Quella stessa distanza, geografica e culturale, da istituzioni europee acriticamente sostenute disprezzando le posizioni di chi, più o meno giustamente, ritiene di proteggere l’interesse italiano non limitandosi ad occupare le ultime file di entità sovranazionali finanziarie e sprovviste di legittimazione politica, se non quella derivante dalla forza contrattuale dei singoli Stati. Ne è riprova l’assenza di coraggio palesata sul grande tema della redistribuzione della ricchezza, incredibilmente scomparso dall’orizzonte ideale e, invece, base portante di qualsiasi strategia politica di movimenti e partiti appartenenti, almeno sulla carta, a quello schieramento. Sono questi vuoti, che meritando di essere riempiti, ad aver contribuito all’allargamento della distanza tra classe dirigente incapace di spiegare ed elettorato di riferimento incapace di comprendere un tecnicismo amministrativo svolto come fosse un compitino men che mediocre, privo di respiro. E’ un’imposizione, pena la definitività della crisi, scappare dalla gabbia del politicamente corretto, la nuova ideologia che, come tale, non ammette deroghe, non sa cogliere le sfumature né le ricadute sul piano pratico come quella di riconoscere l’insicurezza, sotto ogni punto di vista, serpeggiante, in particolare, tra i ceti popolari trovatisi orfani dello storico ombrello fornito loro dalla Sinistra e, pertanto, indotti a memorizzare altre, demagogiche, ricette. Contemporaneamente ha appaltato ad associazioni e movimenti altri l’abnorme tema ambientale: non una sillaba che non sia trita e ritrita, mai un’idea rivoluzionaria, mai una proposta forte da offrire all’opinione pubblica, ma non è con le azioni di piccolo cabotaggio che sarà possibile togliere lo scettro egemonico agli avversari. Molto più utile scrollarsi di dosso l’arroganza di chi è convinto, ingiustificatamente, di possedere una superiorità morale rivelatasi inesistente alla prova dei fatti e levarsi quell’aura imborghesita che ha reso naturale, in diversi casi, candidare personaggi rappresentativi di interessi e convinzioni di centrodestra. Il primo passo per ripartire, allora, è tornare là dove la Sinistra è cresciuta da sempre, nelle piazze, per le strade, nelle sezioni: il modo migliore per tornare a fare una selezione fondata sulla conoscenza e sulla passione, lasciando cadere quelle ambizioni di partito liquido che ha generato i mostri oggi sul proscenio, locale e nazionale, ed alimentato l’antipolitica.

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