QUI DESTRA / Riscoprire i valori sbarazzandosi del populismo: solo così si riaccende la mente e si scalda il cuore

Più idee, più riferimenti concettuali all’ideologia di riferimento, più ragionamento, più responsabilità. Meno ricorso alle carezze sulla pancia della gente, meno strepiti, meno indignazione un tanto al chilo, meno illusionismo. La versione di centrodestra andata in scena negli ultimissimi anni sembra aver raggiunto l’apice e cominciato la discesa che porta alla fine del ciclo. Che non ha ancora consumato la sua parabola, sia chiaro, ma che comincia a mostrare i segni di “stanca”.

Posto che l’asse giallorosso non sembra poter vincere – almeno nell’impostazione attuale – le sfide che vengono poste dalla complessità dell’esistente, il centrodestra per essere all’altezza della situazione deve cambiare passo. Una coalizione “legacentrica” non pare poter soddisfare a lungo la parte di elettorato che non si riconosce nella proposta “democratica” o nella “rivoluzione” pentastellata. Anche perché al Sud il Carroccio ha all’apparenza esaurito la sua spinta emotiva e sono tornati in primo piano reconditi preconcetti, evidentemente non ancora superati. Gli elettori “conservatori” presentano oggi una richiesta politica che può essere soddisfatta, almeno in parte, con una proposta ben articolata in cui devono recuperare spazio e potere decisionale tanto le riflessioni moderate quanto le elaborazioni di principio della destra sociale. Insomma, serve una destra moderna, spogliata delle estremizzazioni populiste, che non vada a rimorchio di leader che hanno costruito la propria fortuna con semplificazioni e banalizzazioni social. Una destra con una leadership nazionale, che privilegi la meritocrazia e non la propensione all’arrampicata sociale, che punti davvero a valorizzare chi lavora di più e meglio sostenendo nel contempo chi, pur impegnandosi, non ce la fa e rimane indietro.

Una destra libera da vecchie scorie nostalgiche e nuovamente capace di far innamorare attraverso l’esaltazione dei suoi principi: senso del dovere e dello Stato, valori della famiglia e della comunità, senso di appartenenza con capacità di riconoscere e considerare le diversità come elemento di ricchezza.

Temi che, in questa fase, sono stati messi da parte a favore di inni alla supponenza, tweet, messaggi, dirette, slogan da “usa e getta”, che esauriscono senso e motivo nell’arco della stessa giornata se non di poche ore.

Bisogna, invece, recuperare schiettezza e rimettere al centro, in maniera credibile, l’idea (in un contesto certamente diverso da quello post-bellico) di un’Italia che sia una patria unica, non una sommatoria di felpe tessute all’occorrenza. Chi è di destra ha una sola parola e rispetta gli impegni presi, non predica per tutti e poi agisce concretamente per una parte del Paese, magari a svantaggio dell’altra.

La politica non può essere – così come viene descritta oggi – un cumulo di personaggi senza arte né parte attenti esclusivamente ad affari e privilegi, ma un momento di confronto atto alla definizione della guida del Paese. Il vero politico – che diventa statista – crea e condivide una visione, non la subisce.

La storia della destra è fatta di persone che riuscivano ad accendere la mente e a scaldare il cuore. Quello che adesso, dopo questa devastante crisi sanitaria, economica e sociale, serve per ripartire con coraggio e con la riscoperta del concetto di umanità.

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