Qualcuno sa chi sia?

Tetra, dimessa, arrancante, silenziosa, svuotata di senso, assente: è così che appare la città più grande della Calabria, ha queste forme l’abito che indossa in questa fase storica Reggio Calabria non agli occhi di turisti inesistenti, d’inverno come d’estate, in autunno come in primavera, perché, al netto delle stronzate blaterate da chi è solito smarrirsi tra Catona e Pellaro, questo è un pertugio del pianeta da cui si va via, non una meta d’approdo e così sarà con sempre maggiore frequenza ed intensità.

E’ un abito che indossa davanti agli occhi spenti di un popolo che vive di “ormai” e muore d’inedia in un’agonia senza fine. La questione da porre sul tavolo, però, non riguarda solo l’immondo bacino dal quale è stata pescata una classe politica di falliti che non prevede opposizione, ma solo un fetido “volemose bene”, questo sì da formalizzare nelle segrete stanze dello studio di un notaio. Tocca, invece, la completa assenza di reazione da parte di una opinione pubblica chiusasi a tripla mandata in un lockdown delle emozioni e della reazione civile. Basti solo pensare alla scrollata di spalle collettiva davanti all’affaire concorsi-scorrimenti di graduatorie oggetto di due distinte conferenze stampa convocate da Giuseppe Minnella e Giuseppe Modafferi, ma tale da produrre semplicemente una generica presa d’atto che fa a pugni con la pretesa di fare chiarezza su procedure, quanto meno discutibili, confuse e confusionarie. Da una parte documenti e carte ufficiali, dall’altra un timido balbettio di chi muove le labbra per istinto, ma senza ragione né ragioni. Non rileva nemmeno prendere in minima considerazione, per rispetto dell’intelletto umano, quella boiata di 13 (TREDICI) righe buttata giù, con svogliata strafottenza, da tutti i partiti del centrodestra messi assieme (più o meno tre righe a testa di vuoto a perdere). Negli ultimi tempi, poi, lo squarcio di percezioni che già da anni separava il Palazzo dal sentimento comune si è ulteriormente allargato fino a diventare un abisso. La causa è tutta da rinvenire negli effetti balordi zampillanti dall’ultima beffa con cui l’istruttore dei servizi amministrativi, categoria c, Giuseppe Falcomatà, si è preso gioco, pienamente consapevole del danno arrecato, della popolazione reggina designando come suo “prestanome” di cui servirsi nel corso del periodo di sospensione di un certo Paolo Brunetti. Di quest’ultimo poco o nulla si è saputo dal giorno dell’insediamento e, naturalmente, non perché sia ossessionato dal portare avanti uno straccio di progetto, di idea, di iniziativa, ma solo perché clamorosamente non all’altezza e, quindi, da tenere abilmente occultato sotto il tavolo. Personaggi e situazioni che sprigionano debolezza da tutti i pori. A dimostrarlo il fatto che l’Amministrazione Falcomatà in Brunetti, a distanza di due mesi dalla nomina del già consigliere comunale ai dis(servizi) idrici, nonché titolare della delega all’Ambiente (la cui tutela a Reggio Calabria, tecnicamente, si ignora anche esista) non è riuscita nemmeno ad assegnare le deleghe fuori Giunta. Per intenderci quelle rogne di piccolissimo cabotaggio che, tuttavia, rappresentano il core business dal quale dipendono le sorti della quotidianità di una città. La firma autografa apposta da un manipolo di cercatori di strapuntini sulla tumulazione di ansie e desideri di una comunità depressa e appesa a malinconici miraggi, fermi e immobili come tutto il resto.

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