Produrre cultura (e) politica si può ancora: con Stanza 101 ne abbiamo la prova

Costruire oasi del pensiero in cui elaborare visioni e concepire concetti di spessore rappresenta un autentico unicum

In questa loquace epoca che il nichilismo soverchiante ha preteso di marchiare a fuoco spingendo le organizzazioni sociali giù nei bassifondi nascosti alla luce dei valori, individuali e collettivi, esistono luoghi in cui respirare a pieni polmoni boccate d’ossigeno di coscienza civile e consapevolezza delle proprie responsabilità nei confronti della comunità di appartenenza e nei confronti della storia di appartenenza.

Sono luoghi fisici in cui un’idea, un tempo assai comune, come quella di riunirsi per discutere e riflettere sugli snodi culturali, sociali e politici del tempo, è diventata, a dir poco, sovversiva. A Reggio Calabria un tetto sotto cui trovare riparo dalla pioggia incessante di balorda mediocrità al potere (pro tempore) è stato realizzato con artigianalità professionale dai fondatori di “Stanza 101”. Nomen omen, un “cenacolo impertinente” dove far circolare liberamente pensieri e passione per il futuro, mantenendo un saldo ancoraggio ai pilastri della civiltà che ha forgiato il senso critico dell’essere umano, prerequisito decisivo per meritare di essere considerati parte attiva di un consesso civile. Ebbene, in una città nella quale il soggetto scelto per dirigerla nell’ormai lontano ottobre del 2014 sarà ricordato dai posteri per la sua inutilità ai fini del processo di crescita e sviluppo e per averla contagiata con la venefica debolezza, costruire oasi del pensiero in cui elaborare visioni e concepire concetti di spessore rappresenta un autentico unicum. Mettere assieme in un tardo pomeriggio feriale, in un contesto sociale del genere, un ex sindaco come Demi Arena che, numeri alla mano, ha gettato uno squarcio di luce sulle nuvole cariche di cattivi presagi sull’eventuale dissesto del Comune; un ex assessore come Pasquale Morisani che di “Stanza 101” è fondatore e anima, tre consiglieri comunali, Lucio Dattola, Emiliano Imbalzano e Massimo Ripepi, portatori di autorevolezza, capacità di analisi e sfrontatezza, è un motivo di speranza per chiunque abbia a cuore le sorti della comunità in cui vive ed alle cui difficoltà ed al cui destino non può rimanere indifferente. Contributi che, se possibile, appaiono ancor più rilevanti, se inseriti nel deserto intellettuale in cui l’unica erba cresciuta negli ultimi quattro anni è quella dell’incultura politica. Sotto questo punto di vista l’osservatore esterno è rimasto colpito dalle sfumature con cui i protagonisti si sono, indirettamente, approcciati, al giudizio en passant sull’Amministrazione Falcomatà. Perché, per quanto Arena e Morisani abbiano dimostrato ampiamente di essere consci dell’inadeguatezza (la parola più utilizzata in città nel corso della consiliatura) di buona parte degli attuali inquilini di Palazzo San Giorgio, è altrettanto vero che solo la loro quotidiana frequentazione, da parte dei tre esponenti della minoranza, può dare l’esatta dimensione dell’abisso di profonda insipienza, culturale prima ancora che amministrativa, che contrassegna la maggioranza dei membri della coalizione oggi al governo della città. Con risultati catastrofici che sono invisibili soltanto a qualche manipolo di esseri sbarcati da chissà quale pianeta dalle forme ottuse. D’altra parte, la gestione, sia sul piano comunicativo che su quello politico, della querelle legata al Bilancio, oggetto del dibattito, costituisce una perfetta rappresentazione dell’irresponsabilità che, libera da qualsiasi vincolo, ha sguazzato nelle stanze del “cerchietto magico”. Perché, come messo in evidenza da Morisani, arriverà, prima o dopo, il momento in cui capiremo, con un inatteso colpo di genio, come sia stato possibile che, a fronte di una città inchiodata al muro dell’inerzia, il debito sia aumentato a dismisura, checché raccontino gli affabulatori evidentemente frequentatori di scuole di quart’ordine e assoggettati alle sceneggiature che, altri con loro, scrissero anni fa a beneficio della mistificazione dei fatti e del facile applauso della folla con la bava alla bocca. L’esito che ne è derivato è uno ed uno solo: Reggio strappata alla sua storia e nelle mani di chi, proprio per l’ignoranza nella quale affoga ogni giorno di più, si è permesso, in un delirio di prepotente vanagloria, il peccato capitale di ritenere esistenti delle capacità gestionali in realtà mai nate. Chiunque, pur non conoscendo la meta finale di un percorso, si mette con superbia alla testa di una comunità, porterà su di sé il pesante fardello di averne assassinato la speranza, di averne annientato la necessità di guardare al domani con fiducia. Lucio Dattola, al riguardo, ha messo il dito nella piaga parlando di una mancanza di visione, della scomparsa di qualsiasi strategia. “Reggio Città Turistica” era un traguardo perseguito da Giuseppe Scopelliti, che poteva anche suscitare contrapposizioni, non piacere, ma formava, in ogni caso, una cornice stra(ordinaria) dentro cui dipingere l’agire ordinario della quotidianità. Luoghi simili a “Stanza 101” è a questo che servono: a posare lo sguardo su ciò che ci circonda provando a darne un’interpretazione finalizzata al suo costante miglioramento, alla sua incessante protezione. Spalancare le porte all’ambizione di trovare una collocazione del proprio io collettivo; guardare quel che altri non vedono e tentare, nella consapevolezza della diversità dei talenti di cui ciascuno di noi dispone, di mostrar loro la strada; elaborare un pensiero complesso, distante nella sostanza dalla superficiale volgarità dei tempi presenti, ma vicino, nella forma, a modalità di comprensione che siano chiari e, quindi, comprensibili ai più. Sono questi i fari che illuminano la via dei pochi, o dei tanti, mossi dallo slancio autentico grazie al quale rifuggire l’egoismo sociale. A monte l’ardore e la dedizione di un folto gruppo di giovani (e meno giovani). Perché il disegno riesca radunate, anche attorno a temi spinosi e tecnici come un Bilancio comunale, un drappello di amministratori presenti, passati e, magari, futuri, fate in modo che ci sia qualcuno, nel caso specifico il giornalista Antonio Virduci, capace di stimolare ulteriormente la discussione ed il gioco è fatto: nasce la cultura politica, quella del popolo, quella della base, quella che risulta decisiva per non lasciare che un luogo dello spirito vada alla deriva dopo aver cozzato violentemente con la punta dell’iceberg dell’incosciente dilettantismo.

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