Processo “Miramare”: Angela Marcianò pubblica i documenti che alzano il sipario sulla Verità

Nonostante sia l’unica strategia difensiva a disposizione degli imputati, vista la mole e la rilevanza degli atti inequivocabili depositati sul groppone degli imputati, è salubre, a livello giudiziario ed anche psicologico, precisare, a meno di un paio manciate di udienze dal verdetto di primo grado del processo “Miramare”, quale sia l’oggetto del contendere, in quanto a qualcuno contorni e cuore della controversia risultano tuttora nebulosi.

Trattasi di un dibattimento in cui i soggetti chiamati a rispondere dei reati ad essi addebitati (abuso d’ufficio e falsità materiale e ideologica commesse da pubblico ufficiale in atti pubblici) sono il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, l’ex Segretario generale Giovanna Acquaviva, la già dirigente Maria Luisa Ada Spanò e gli assessori comunali dell’epoca Saverio Anghelone, Giuseppe Marino (attuale consigliere metropolitano delegato), Giovanni Muraca (al momento assessore comunale ai Lavori pubblici, Rosanna Maria Nardi, Armando Neri (vicesindaco metropolitano), Agata Quattrone e Antonino Zimbalatti (consigliere metropolitano delegato). Al centro della discussione quanto avvenne nel luglio del 2015 a proposito dell’affidamento, “chiavi in mano” del “Miramare”. Una puntualizzazione solo apparentemente superflua, perché, dalle mosse interessate di taluno sembra quasi si tratti di un “Marcianò bis”, in riferimento alla figura dell’ex assessore ai Lavori pubblici, scacciata in malo modo dalla Giunta e condannata in abbreviato alla pena di un anno. Se ne evince, di conseguenza, che la sua posizione sia, agli occhi di coloro i quali desiderano conservare un minimo di buonsenso, del tutto marginale: nel caso specifico si tratta di stabilire se gli imputati, Primo Cittadino in primis, abbiano, o meno, compiuto, un illecito, affidando con una delibera dalla data “ballerina” e dalla modalità non rispettosa delle norme il piano terra dell’ex Grand Hotel Miramare all’associazione “Il Sottoscala” dell’amico di Falcomatà, Paolo Zagarella. Eppure, sebbene sia questo il pomo della discordia, i soggetti che di ciò devono rispondere in aula appaiono più interessati a mettere in discussione la credibilità di Marcianò e di chi, sotto giuramento, ha già testimoniato in suo favore e non tacciati di falso. Agli occhi dell’osservatore non somiglia per nulla al migliore dei viatici per deviare l’attenzione, né la via maestra per allontanare il sospetto (per usare un eufemismo) che quella delibera dalla data “ballerina” e dal profilo precario possa, alla fine dei giochi, rivelarsi motivo di condanna da parte della Corte. A dare un colpo letale alla ricostruzione già vacillante degli indagati è stata nel pomeriggio di oggi, sabato, la stessa Angela Marcianò. Lo ha fatto all’indomani dell’udienza in cui è iniziato l’interrogatorio di Falcomatà ed offrendo delucidazioni, a questo punto inoppugnabili perché suffragate da documenti ufficiali già da tempo nelle mani dei magistrati, ma ignoti al grande pubblico,. La presidente di “Impegno e Identità” ha pubblicato su Facebook una parte decisiva della memoria del Pubblico Ministero, nonché la pec inviata il 28 luglio al Segretario Generale Acquaviva. E’ acclarato, dai documenti prodotti dalla docente universitaria, che la delibera incriminata non risale al 16 luglio come insistono a sostenere i suoi avversari, ma ad una seduta svoltasi undici giorni più tardi: il 27 luglio. Un fatto accolto pacificamente dalla medesima Procura della Repubblica, come si evince dall’atto ufficiale esibito dalla giuslavorista (allegato in coda all’articolo), la quale, infatti, prove alla mano, mette in evidenza che: “1) il 16 luglio 2015 non è stata approvata la cosiddetta delibera ‘Miramare’ grazie al mio dissenso; 2) il tentativo di indurmi a votare favorevolmente si è ripetuto con toni a dir poco aspri, anche nella successiva riunione di Giunta del 27 luglio ( in cui fui zittita dal Sindaco per aver ribadito la mia totale contrarietà all’approvazione della medesima delibera spiegando che si trattava di un ‘palese abuso d’ufficio’). Circostanza che ho comunicato con un sms severissimo e inequivocabile all’assessore Neri ed anche all’allora dirigente dei Lavori Pubblici, Ingegner Romano; 3) il dissenso è stato da me formalmente ribadito anche alla Segreteria generale a mezzo Pec”. Tutto dimostrato dalle carte divulgate dalla professoressa dell’Ateneo di Messina. “Gli ho suggerito di stare attenti alla delibera del Miramare che è un palese abuso d’ufficio”, parole eloquenti circa i dubbi mossi il 27 luglio dall’ex assessore Marcianò e che infiammarono il sindaco dal quale, infatti, partì una raffica di ira ed insofferenza in direzione della rivale. Un rimprovero, quello del capo della Giunta comunale, che, tuttavia, trovò la determinata opposizione della professoressa messasi di traverso lungo l’iter di approvazione del provvedimento di affidamento della struttura all’amico Zagarella: “Adesso – ribatté Marcianò – fare le cose fuori legge violando consapevolmente e palesemente ogni normativa di settore per favorire i propri compari significa prendersi le responsabilità nel fare politica?” Ad irrobustire una posizione svincolata da ambiguità, salvo non si persegua il legittimo interesse di scongiurare una sentenza contraria, è sufficiente, peraltro, leggere il testo dell’email spedita tramite pec alla dottoressa Acquaviva, anch’esso pubblicato in appendice a queste righe e datata 28 luglio. Una serie di perplessità di cui Angela Marcianò mise ufficialmente a parte la burocrate che mai le risponderà. Se fosse vera la versione di Falcomatà e compagni, perché mai l’allora titolare della delega ai Lavori Pubblici (un settore che non aveva nulla a che vedere con il “Miramare chiavi in mano”) avrebbe dovuto investire della questione il Segretario Generale e farlo, inoltre, ben dodici giorni dopo la seduta in cui sarebbe stata approvata? Non è assai più coerente con la tempistica reale dei fatti che la pec sia stata spedita il giorno immediatamente successivo alla riunione in cui la delibera ricevette l’ok dell’Esecutivo municipale? Giunta comunale che, dunque, come sostiene pervicacemente la giuslavorista, si tenne in data successiva rispetto a quella che caldeggiano gli imputati. Ricostruzioni che seguono un criterio di ragionevolezza mal concilianti con forzature dei fatti relativi ad un processo che, per la sua semplicità acconciata da prove inoppugnabili, documenti ufficiali e testimonianze mai smentite, avrebbe potuto concludersi nell’arco di poche ore.

Memoria del Pubblico Ministero
La Pec inviata all’allora Segretario Generale

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