Processo “Gotha”: sul banco degli imputati contraddizioni e paradossi

Reggio Calabria è una città dove è più facile imbattersi in un appartenente ai Servizi Segreti che in un agente della Polizia Municipale o in un fruttivendolo. Dal racconto che Seby Vecchio sta narrando in aula durante le udienze programmate nell’ambito del processo “Gotha”, questo è ciò che viene fuori. Servizi ovunque, 007 ad ogni angolo della strada.

Si potrebbe anche obiettare che il collaboratore di giustizia, già poliziotto e uomo del clan Serraino, già assessore e presidente del Consiglio comunale, proprio in virtù della sua attività professionale, godesse di maggiori possibilità di frequentazione degli agenti dell’Intelligence, ma resta il fatto che, se così fosse, invece della barba finta farebbero bene a travisarsi con naso e parrucca da pagliaccio. Servizi segreti così poco segreti non se ne sono mai conosciuti nella storia d’Italia che, anzi, è contrassegnata da fitti misteri insondabili pervasi dall’azione nascosta e sotterranea di personaggi votati alla dissimulazione. Un potere ciclopico di condizionamento che, invece, nelle ricostruzioni di Vecchio, pare ridursi fino a diventare ridicolo, peraltro sprovvisto di un filo conduttore ordinato. Il Generale Nicolò Pollari, a capo del SISMI, il Servizio Segreto Militare, che favorirebbe l’ascesa di Giuseppe Scopelliti e, contemporaneamente, tutelerebbe Alberto Sarra che del primo, a dire dello stesso collaboratore di giustizia, era avversario politico dentro Alleanza Nazionale e, soprattutto, garante di clan diversi rispetto a quelli tutelati dal secondo. Non proprio una logica stringente né una strategia brillante da parte dei personaggi che, riferisce l’ex poliziotto del clan Serraino, decidevano destino e sorti di Reggio Calabria. A tal proposito sarebbe anche da capire, una volta per tutte, come si muovono questi poteri occulti, un impasto di ‘ndrangheta e massoneria deviata, politica traditrice e Servizi Segreti, faccendieri loschi e imprenditori collusi, soggetti istituzionali infedeli e burattinai criminali. Perché se questa Cupola avvolge nella sua cappa opprimente ogni fiato in riva allo Stretto dovrebbe essere impossibile resisterle, e, quindi, assume i contorni dell’inafferrabilità il turnover che si registra nelle stanze dei bottoni. Per essere ancora più chiari, perché il “Sistema” è dominante a fasi alterne? All’improvviso i suddetti cambiano opinione e, di conseguenza, propositi e piani? Fanno le valigie come impiegati del Catasto alla vigilia delle ferie e sloggiano verso altri lidi lasciando campo libero all’integrità e alla legalità? Non una domanda retorica o provocatoria, ma un quesito teso a capire le dinamiche che regolano la vita pubblica del luogo nel quale viviamo. Da un lato, nell’esposizione offerta da Seby Vecchio sembra si incrocino “tesi” orecchiate al bar che, naturalmente, i magistrati passeranno al setaccio con scrupolo, dall’altro la sensazione è quella di una confusa sovrapposizione tra livello politico e presunto criminale. Un chiaro esempio è quello, già citato, delle relazioni tra Scopelliti e Sarra, ma lo stesso contorcimento irrazionale trova spazio nel narrato circa i rapporti tra l’ex presidente della Regione e Giuseppe Raffa, in passato massimo esponente della Giunta Provinciale e prima ancora vicesindaco. Al centro della contesa la gestione del “Decreto Reggio”: una ordinaria per quanto conflittuale, dialettica volta a mantenere o mutare determinati rapporti di forza trasposta come nulla fosse sul piano dei vantaggi da assicurare alle organizzazioni di ‘ndrangheta. Ragionamento suggestivo, certo, ma seminato di astrusità paradossali: che Scopelliti debba la sua “nascita politica” ad un boss assassinato non tocca nemmeno il minimo della plausibilità se è vero come è vero che l’ex sindaco di Reggio Calabria iniziò militanza e crescita nell’allora Fronte della Gioventù quando era ancora un ragazzino imberbe. Analoghe perplessità sorgono circa il vertice che si sarebbe svolto presso la sede di Alleanza Nazionale a Roma, presente addirittura Gianfranco Fini, ed avente ad oggetto la convivenza delle cosche spadroneggianti in città. Roba che, se fosse vera, sarebbe tale da rendere urgente riscrivere il corso degli eventi succedutisi lungo la Penisola: stiamo trattando di Fini, un leader politico che ha assunto ruoli delicatissimi e particolarmente prestigiosi, vicepresidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Esteri, presidente della Camera, cofondatore del PdL. Vagheggiare l’idea che abbia moderato un confronto per attutire le ostilità tra clan della ‘ndrangheta riesce assai problematico. Una teoria di difficile concepibilità che fa il paio con l’altrettanto stravagante affermazione secondo cui l’ordigno rinvenuto nel 2004 in un bagno di Palazzo San Giorgio sarebbe stato piazzato da Carmine Quartuccio, storico leader degli Ultras della Reggina. Una dichiarazione resa in un’aula di giustizia che qualsiasi cittadino di Reggio Calabria rigetterebbe come una congettura sconclusionata: sintesi perfetta di quello che, al momento, somiglia ad una rappresentazione del teatro dell’assurdo.

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