Processo “Gotha”: se tutto è ‘ndrangheta, niente è ‘ndrangheta

Era il 4 agosto del 2016 quando l’Aula del Senato, complici i voti dei rappresentanti di PD, M5S, Lega Nord, Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia Libertà ed Italia dei Valori, autorizzava l’arresto di uno dei suoi componenti, il reggino Antonio Caridi, reo, a giudizio degli inquirenti e del Tribunale Supremo dell’opinione pubblica drogata dall’annientatore circuito mediatico-giudiziario, di aver agito “in modo stabile, continuativo e consapevole a favore” della ‘ndrangheta. Più nello specifico, sarebbe stato addirittura uno dei figuri inseriti nella Cupola masso-mafiosa che tutto deciderebbe in riva allo Stretto. Trascorse qualche ora e lo stesso esponente del centrodestra varcò la soglia della prigione di Rebibbia da dove uscì soltanto quasi 20 mesi più tardi. Non si liberò, però, della pesantissima ombra del sospetto che nella serata di ieri il Tribunale collegiale di Primo Grado di Reggio Calabria ha spazzato via in un colpo solo rigettando la versione della Procura. La Pubblica Accusa, in virtù del profilo delinquenziale di spicco erroneamente delineato allora, aveva richiesto una condanna a 20 anni di carcere. Una istanza severissima che nella serata di venerdì è stata stracciata in pochi secondi dalla Corte che ha assolto l’imputato da ogni addebito penale.

Questo ha detto la prima frazione del processo “Gotha” e su questo ribaltamento dei fatti, prima o dopo, presto o tardi, tutti, a partire da quel demoniaco sistema nel quale a tirare le fila sono burattinai senza scrupoli annidati nelle redazioni e negli uffici giudiziari, dovremo fare i conti. Pensare alla levata di scudi, rispetto alla riforma della Giustizia, peraltro assai timida e parziale, inseguita con pervicacia dal ministro Cartabia, da parte dei magistrati sbraitanti motivazioni fallaci e palesemente infondate e, contemporaneamente, assistere ad un corso della Giustizia così schizofrenico è indicativo di quanta strada ci sia ancora da percorrere per raggiungere una soglia appena accettabile di decenza civile nei Tribunali italiani, Un approccio culturale che deve mutare radicalmente se è vero come è vero che il Procuratore Aggiunto Lombardo, 24 ore fa, ha sentenziato che in questa terra: “Non ci sono dinamiche politiche che non siano ‘ndrangheta”. E allora, se così fosse, quale sarebbe il ruolo delle istituzioni, quale la funzione in una terra in cui la criminalità organizzata avrebbe estromesso lo Stato dall’esercizio delle sue prerogative elementari? Ancora, se fosse vero tale assunto, dovremmo dedurre che non un solo consigliere comunale, non un solo assessore comunale, non un sindaco, chiunque esso sia, a Reggio Calabria possano essere tali in assenza dell’imposizione di boss e mammasantissima. Le conseguenze logiche e concrete sottese al teorema di Lombardo spingono dritti dritti verso un simulacro di vita democratica in cui i cittadini comuni indossano il costume di burattini ai piedi di una smisurata associazione criminale che si presenta sotto mille facce, ma tutte, e dicasi tutte, nessuna esclusa, con i colori tetri della ‘ndrangheta. Non è questo il modo migliore per rendere credibile la lotta alle mafie, non è questa la strada più comoda per dare corpo alle inquietudini che dovrebbero serpeggiare tra i cittadini all’indomani di una sentenza che, per esempio, in mezzo ad un nugolo di assoluzioni, ha visto la condanna dell’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra a 13 anni di reclusione, o quella a 25 anni dell’ex Deputato Paolo Romeo. Nell’attesa che, da qui ai prossimi novanta giorni, vengano rese pubbliche le motivazioni del verdetto e con la piena consapevolezza che una parte di quanto ipotizzato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria abbia trovato conforto nei fatti ipotizzati in origine, il disegno che a queste latitudini tutto sia, quasi antropologicamente, diretta emanazione di clan e cosche, appare, ancora una volta, una forzatura pericolosissima. Una esasperazione a cui la politica ancillare, fragile, inconsistente, figlia degenere del pensiero debole, persiste a prestare il fianco immaginando di ricavarne qualche vantaggio immediato non rendendosi conto di quali danni danni devastanti ciò abbia prodotto e produca sul lungo periodo alla sua stessa salute e, quindi, a quella della democrazia. Basti pensare, a titolo esemplificativo, che nelle stesse ore Amalia Bruni, candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Calabria, andando dietro al grillismo sottoculturale più sguaiato, ha immaginato di affidare la certificazione delle liste ad un pool di ex magistrati: l’ennesima cessione di sovranità da parte del fulcro di un sistema equilibrato tra poteri da decenni messo sotto scacco dal populismo penale ed incapace, per manifesta inferiorità, di risollevare, con orgoglio e dignità, la testa e la spina dorsale.

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