Povertà, sottocultura e riscatto sociale: laurearsi a Vibo

*di Saverio Fortunato – All’istituto Italiano di Criminologia ricevo delle lettere come questa, che riporto: “Sono parroco di una piccola comunità rurale del vibonese, in cui si vive di pastorizia e agricoltura, sicché il reddito procapite delle persone che vi dimorano è molto basso e non offre grandi opportunità ai giovani che vi ci abitano. Sono venuto a conoscenza che Mario (nome di fantasia) un ragazzo che abita in questo comune, ha intenzione di frequentare il suo Istituto e così ho ritenuto opportuno raccontarle alcune sue  tristi vicende. Mario nasce 21 anni fa da genitori dimoranti in una casa popolare che subito dopo la sua nascita si separano in modo giudiziale, in un primo momento gli ex coniugi si dichiarano guerra con denunce e querele e, successivamente, quando Mario non ha ancora compiuto due anni, la madre si allontana da questo paesino, senza farvi più ritorno. Mario rimane con il padre che lavora saltuariamente in un cantiere. Nonostante il disagio familiare, in un primo momento legato ai continui litigi –talvolta anche violenti da parte dei genitori- e in seguito alla totale mancanza della madre, Mario si presenta come un ragazzo molto educato, ancorato a sani principi morali e dedito, quando ne ha la possibilità, al lavoro col padre. Scrivo tutto ciò per chiederle cortesemente, viste le condizioni economiche disagiate del padre del ragazzo, di concedergli una borsa di studio che lo possa aiutare a coronare un sogno che, sino ad oggi, sembrava un’utopia”. 

Fatte le debite proporzioni, questa lettera evoca in me, in parte, lo scenario degli anni Cinquanta, quando don Milani fondò a Barbiana, paesino di poche anime situato nella zona del Mugello, una scuola di ripetizione per i figli poveri dei contadini. La scuola di don Milani offriva l’opportunità di poter conseguire la licenza elementare e questo costituiva uno straordinario strumento di riscatto sociale. Don Milani faceva studiare i suoi scolari dodici ore al giorno, sottraendoli così al lavoro duro nei campi. A ognuno di loro diceva: “Ogni parola che non impari oggi è un calcio in culo che prenderai domani”. Era l’insegnamento netto, la felice sintesi di una frase per insegnare a pensare con la propria testa, a non farsi soggiogare dal pensiero comune. A disobbedire, se necessario, ad una società che non voleva cambiare per rimanere sempre la stessa: ricchi da una parte e poveri dall’altra.

Questo parroco del vibonese, non evoca in me soltanto lo scenario suddetto di don Milani, ma per certi versi anche un aspetto della vita di Giuseppe Di Vittorio, figlio di braccianti agricoli, costretto a fare, a sua volta, il bracciante in seguito alla morte del padre, per un incidente sul lavoro, nel 1902. Nonostante la situazione famigliare complicata, egli non smise di apprendere da autodidatta a leggere e a scrivere, tenendo un quaderno in cui annotava termini ignoti che udiva e mettendo da parte faticosamente i soldi per acquistare un vocabolario. Già negli anni dell’adolescenza, iniziò un’intensa attività politica e sindacale, in un contesto difficile e di lacerante povertà, in cui i latifondisti si arricchivano a spese dei poveri contadini pugliesi e di tutto il meridione. Di Vittorio capì, fin dall’inizio, che il vero padrone da sconfiggere era l’analfabetismo e che a qualsiasi battaglia per i lavoratori, doveva essere anteposta e accostata una battaglia culturale contro l’ignoranza e i pregiudizi: “Non dovete togliervi più il cappello di fronte a nessuno, di fronte al padrone, perché siete uguali agli altri”.

Oggi a Vibo Valentia il vero nemico sociale da combattere non è tanto la ‘ndrangheta (al cui contrasto ci pensa la nostra magistratura), ma la sottocultura e la povertà. Contrastare l’ignoranza, la povertà, le subculture delinquenziali della prepotenza e del “soldo facile”, accorciare la distanza tra mezzi personali e fini sociali è un compito a cui  le scuole non possono sottrarsi. Non tutte le scuole però lo fanno e non tutte lo capiscono. Ecco perché è importante studiare e laurearsi a Vibo Valentia, anche se una certa retroguardia subculturale e criminogena non lo comprende, temendo di venire travolta da una realtà migliore e che non abbia più bisogno di loro. 

*Rettore dell’Istituto Italiano di Criminologia degli studi di Vibo Valentia

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