Poche chiacchiere: la chiusura dell’Istituto “De Blasi” è un colpo al cuore inferto al diritto alla Salute dei calabresi

La chiusura rappresenta un terremoto il cui boato dovrebbe provocare una sollevazione popolare

Cos’altro deve succedere a Reggio Calabria perché i suoi abitanti, mossi da un sussulto d’orgoglio, si ribellino finalmente all’indegnità che li calpesta senza avvertire alcun senso di colpa?

Li seppellisce con atti e fatti ormai in quantità eccessiva perché possano essere riassunti in poche righe. E’ sufficiente fermarsi alla “bomba” esplosa nella giornata di ieri, giovedì, e le cui schegge si sono conficcate in modo devastante sulla storia della città. La chiusura dell’Istituto Clinico “De Blasi” rappresenta un terremoto il cui boato è auspicabile provochi una vera e propria sollevazione popolare. La cancellazione, con un colpo di spugna, di un presidio sanitario che per decenni ha quotidianamente erogato un servizio di qualità inimmaginabile in questa città è un crocevia delicatissimo per le residue sorti presenti e future del popolo reggino. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che, in fin dei conti, si tratta “solo” di una struttura sanitaria privata operante in regime di convenzione e, dunque, “garantita” da denari della collettività che potrebbero, e dovrebbero in un mondo ideale, essere dirottati sulla sanità pubblica. Ma sollevare una questione del genere in un contesto sottosviluppato come quello calabrese, è demagogia della specie più pericolosa. Se per sottoporsi ad un banalissimo, ma urgente, esame qualsiasi è necessario, rivolgendosi all’organizzazione del Grande Ospedale Metropolitano, effettuare la prenotazione molti mesi prima, si piazzino entrambe le mani sulla coscienza e, armati di onestà intellettuale, ammettiamo tutti che l’esistenza di un laboratorio privato di tale qualità non può assolutamente essere messa in discussione. Chi lo ha fatto, anche in maniera indiretta, è responsabile di un vero e proprio crimine, senza e senza ma. Reggio Calabria non è Milano: come certificato da tutte le classifiche sulla qualità della vita, sono due realtà agli antipodi e derubare i cittadini dello Stretto del diritto alla Salute è un’azione inaccettabile che non può restare impunita. Se, come sostiene il proprietario Eduardo Lamberti Castronuovo, la responsabilità è da addebitare ad una sentenza “iniqua” del Tribunale Amministrativo Regionale “basata su falsità e raggiri”, come possono le massime autorità istituzionali, a partire dal Prefetto, non alzare la voce e battere i pugni sul tavolo affinché la città non abbia a pagare il costo altissimo di una simile decisione? Efficienza, parola mai di moda a Reggio Calabria, ha trovato una solida concretezza grazie alla professionalità di decine di dipendenti nei cui confronti è scattata la procedura del licenziamento collettivo. Sono quelle stesse persone, in carne e ossa, che hanno permesso, sin dal 1980, di far andare avanti un ingranaggio talmente ben funzionante da permettere, per esempio, un paio d’ore dopo aver effettuato un’analisi del sangue, di riceverne l’esito sul proprio smartphone. Una struttura all’avanguardia come poche, pochissime, in ogni ambito. Un quadro la cui cornice è puntellata dal garbo e dalla competenza di chiunque ricopra un ruolo in quel contesto improntato alla ricerca costante della qualità del servizio. Questa è la verità, il resto, tutto il resto, è fuffa inutile che non interessa gli utenti e non interessa i lavoratori. A questo proposito, sempre le stesse massime autorità istituzionali di cui sopra, è opportuno abbiano contezza di dove si trovano perché un posto di lavoro perso in una città come Reggio Calabria equivale a perderne mille in una qualsiasi altra realtà economicamente progredita. Sabato mattina alle 10:30 i cittadini saranno chiamati ad uscire, per una volta, dal torpore stordito nel quale sono immersi dalla testa ai piedi, per manifestare solidarietà non solo agli uomini ed alle donne sbattuti in mezzo alla strada, ma anche nei confronti dei propri stessi interessi che passano, prima di tutto, dalla pretesa ferma di poter esercitare, concretamente e non in maniera astratta, un diritto alla Salute autentico e degno.

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