Perché il calabrese Minniti è l’unico “uomo forte” in grado di rianimare il PD

Il ministro dell'Interno del Governo Gentiloni, per indole e caratteristiche sarebbe, l'uomo giusto al posto giusto

Nessuno ne fa più mistero, non è più il tempo di giocare a scacchi, il tempo stringe e Marco Minniti è ormai prossimo a rompere ufficialmente gli indugi candidandosi alla Segreteria nazionale del Partito Democratico.

Diverse sono, infatti, le spinte a compiere il grande passo lungo un sentiero che appare rischioso per la fatica immane che esso comporta. Ma il ministro dell’Interno del Governo Gentiloni, per indole e caratteristiche sarebbe, in questo caso, l’uomo giusto al posto giusto. Al timone di una nave che, sfidando violentissime folate di vento contrario, sta andando a sbattere sullo scoglio dell’irrilevanza politica, serve un marinaio esperto, forse il più esperto. Serve un Comandante che sappia tenere la barra dritta e mettere in riga una ciurma in preda all’anarchia. La sua storia personale è lì ad indicarlo e bene hanno fatto i sindaci che ieri, giovedì, hanno firmato un appello per sostenerne la corsa. Nel caos infernale in cui i capibastone, arroganti nei modi ma nulli politicamente, hanno avuto la meglio a farne le spese sono stati militanti e simpatizzanti che, infatti, in buona parte, si sono serviti delle urne per impallinare i responsabili della distruzione del loro stesso partito. Non armeggia Facebook e Twitter e già questo depone bene in una fase storica sporcata dalla virtualità dell'”uno vale uno” a cui in tanti hanno abboccato. Reggino di 62 anni, Minniti è un professionista della politica e, al contrario dell’accezione negativa attribuita a tale espressione, questa è una qualità di cui si avverte, potente, un gran bisogno, resa ancor più ragguardevole nel deserto di pensiero abitato in questa triste epoca dai dilettanti della politica. Lasciò presto la Calabria, subito dopo la laurea in Filosofia che, nell’era dell’ignoranza ostentata con orgoglio, rappresenta una medaglia al valor civile. Approdato a Roma, ha fatto carriera, con costanza e prudenza, senza colpi di testa dettati dall’ambizione tipica dei mediocri tanto in auge nei Palazzi. Ed è così che, nel corso del tempo, ha ottenuto incarichi delicatissimi, sia nell’organizzazione del PCI-PDS-DS-PD, sia nel Governo nazionale. Nel 1998 sottosegretario alla presidenza del Consiglio nell’Esecutivo D’Alema, si è poi dedicato anima e corpo all’Intelligence e ad uno dei gangli vitali del Paese, i Servizi Segreti. Ruoli e postazioni che gli hanno permesso di muoversi con disinvoltura nelle trattative internazionali più complicate, di districarsi in situazioni che avrebbero fatto tremare i polsi a tanti. Dunque, un politico che conosce a menadito lo scacchiere internazionale, qualità, questa, decisiva per guidare un grande partito popolare nel terzo millennio, ma profondo conoscitore anche delle dinamiche interne al PD, schizofreniche ed illogiche per i più, pane quotidiano per chi, come Minniti, le ha vissute dall’interno fin da quando, rientrato per qualche anno dalla Capitale, guidò la Federazione provinciale del PCI di Reggio Calabria e, in un secondo momento, la Segreteria regionale del PDS. Sarebbe il candidato espresso dalla componente  renziana, certo, ma con un prestigio tale da poter ampliare i consensi in altre aree del partito, tanto che i Primi Cittadini firmatari del documento presentato nella giornata di ieri hanno auspicato l celebrazione di un congresso unitario. In tanti, d’altra parte, gli riconoscerebbero un’autonomia innata, inimmaginabile per altri “prescelti”. Un navigato manovratore della macchina burocratica che, proprio per questo, fu poi richiamato a Roma per occuparsi del coordinamento e dell’organizzazione della Segreteria nazionale. La sua è, come facilmente intuibile da questo breve excursus biografico, di partito e di governo, una sequenza di onori ed oneri che farebbe impallidire qualunque altro contendente, Zingaretti compreso. E che, comprensibilmente, farebbe impallidire anche i ras locali del PD, coloro i quali, per la sfrenata bulimia di potere, si sono abbandonati ad ubriacature dalle quali non si sono ancora ripresi e pontificano dai margini del marciapiede su cui li hanno sbattuti i loro medesimi elettori. La “scuola” frequentata da Minniti in Calabria sarebbe, alla luce del compito improbo di cui si farebbe carico, di assoluta eccellenza: se il partito, a livello nazionale, è pieno zeppo di impresentabili, in Calabria è peggio di una taverna notturna infrequentabile di giorno e di notte. Ognuno risponde a sé stesso in un far west in cui i potenti di un tempo si sono ritrovati senza truppe e senza voti ed in cui, ciascuno di essi, pur di portare a casa la pellaccia, non esiterebbe a scuoiare i resti fradici del PD che lo ha cibato per anni. Deputati che, fino a ieri, facevano il bello ed il cattivo tempo nei territori in cui scorrazzavano facendo mangiare la polvere a chiunque volesse impegnarsi politicamente oggi faticano anche solo ad allestire una mezza lista per inutili elezioni provinciali; consiglieri regionali che si autosospendono o che vagheggiano pubblicamente della formazione di altri partiti, svuotando così dall’interno il contenitore nel quale continuano a sguazzare. Sì, c’è bisogno di Minniti, c’è la necessità dell'”Uomo forte”. D’altronde, in una classe di cialtroni soltanto un professore armato di credibilità ed autorevolezza riuscirebbe a non farsi travolgere dall’impreparazione maleducata degli alunni. E, come è già successo in passato, riuscirebbe a guadagnarsi il rispetto anche degli “scolari” delle altre classi: quelle in cui hanno trovato posto i più analfabeti che adesso, però, complice il disordine imperante nella sezione dei più eruditi, comandano nell’istituto intero.

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