Per demolire Falcomatà il populismo ha raso al suolo lo Stato di diritto

I parlamentari 5Stelle hanno rotto l'incantesimo. Nessuna illusione: il garantismo è morto e sepolto

Peccato, ci avevamo sperato davvero, perché le ore trascorrevano inesorabili e nessuno, a parte un paio di sigle scarsamente rappresentative, ha proferito parola. Le forze politiche che avrebbero potuto cavalcare la (non) vicenda giudiziaria riguardante Giuseppe Falcomatà si sono ben guardate dal farlo.

Pazienza, sarà per un’altra volta. A rompere l’incantesimo ci ha pensato nemmeno a dirlo, chi, sebbene occupi da un paio di mesi l’inimmaginabile ruolo di azionista di maggioranza del Governo, poco continua a conoscere delle regole proprie della convivenza civile. Tre parlamentari del Movimento 5 Stelle, infatti, non sono riusciti ad adeguarsi alle prescrizioni dettate dallo Stato di Diritto, perché di questo si tratta quando ci si appella, inutilmente al Garantismo ed hanno spalancato le ugole per alimentare un polverone inesistente. Inesistente: come definire altrimenti un caso in cui il Primo Cittadino di Reggio Calabria, sebbene non indagato, viene dato in pasto all’opinione pubblica vorace che non aspetta altro se non spalancare le fauci e divorare il “bocconcino” di turno? Questo giornale ha sempre messo all’indice, e con ogni probabilità continuerà a farlo se necessario, tutti i passi falsi del sindaco, ma proprio perché lo ha fatto con imperturbabile costanza, se del caso anche utilizzando toni aspri, non è passibile di alcuna accusa possa riguardare una presunta difesa d’ufficio. Qui, tuttavia, sono in gioco le basi democratiche e picconarle col martello della rabbia popolare è un “crimine” di cui, purtroppo, non si tengono conto gli effetti devastanti, diretti ed indiretti, a breve e, soprattutto, a lungo termine. Perché, poi, in fondo, il problema è davvero politico come affermano in una nota i tre parlamentari calabresi del Movimento 5 Stelle, ma non nel senso che intendono loro. Lo è nella misura in cui ci si atteggia a garantisti solo ed esclusivamente quando ad essere tirati in ballo sono i propri soldatini. Quando, al contrario, il lavoro di forze dell’ordine e magistratura sfiora da lontano un pretoriano della squadra avversaria, mano alle pietre. Nello specifico, la gravità è ingigantita dalla circostanza che non si sta parlando nemmeno di un avviso di garanzia, di un’indagine avviata sul conto del Primo Cittadino di Reggio Calabria, ma di un paio di sms scambiati con il genero di un boss e di un’intercettazione in cui gli interlocutori sono lo stesso genero e la moglie, figlia di Pasquale Libri. Tutto materiale contenuto in una informativa del ROS dei Carabinieri. Insomma, quello che viene fuori è un vero e proprio monumento all’inciviltà giuridica, un peana all’inciviltà a tutto tondo. A realizzarli sono stati un paio di giornali che se ne sbattono beatamente dei pilastri si cui si regge una ordinata organizzazione dello Stato e delle sue articolazioni ed i pentastellati. Rappresentanti del popolo buoni solo a parlare con la pancia agli stomaci deboli della “gente”, sanno anche loro che si tratta di una forzatura e, di conseguenza, la buttano in caciara. Ciò è talmente vero che precisano, in apertura di nota: “La vicenda, raccontata dalla stampa, del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, sorpreso più volte a scambiare messaggi con il genero del boss Pasquale Libri, Demetrio Nicolò, cui secondo quanto carpito dagli investigatori avrebbe potuto prospettare la gestione della ‘Luna ribelle’, ristorante del Lido comunale, e poi il bar del Museo, apre un problema tutto politico”. Ad avere consapevolezza che stanno tirando per i capelli una storiella che non ha alcuna rilevanza giudiziaria sono gli onorevoli Francesco Sapia, Bianca Laura Granato e Paolo Parentela, che, sapendo di non avere in mano carte valide da giocare, ribaltano il tavolo e dirottano l’attenzione, appunto, dal livello giudiziario (assente) a quello politico. “Il sindaco Falcomatà – sostengono appunto – ha spostato la questione sul piano giudiziario, rilevando di non essere neppure indagato. Non c’entra nulla, perché è in ambito politico che il Primo Cittadino di Reggio Calabria deve spiegare quanto ricostruito nelle investigazioni, senza ricorrere a sbrigative sintesi alla Matteo Renzi. A Falcomatà  rammentiamo che la politica richiede assoluta trasparenza nei confronti della comunità e che già in un’occasione, cioè prima che venisse ritirata la certificazione antimafia alla società consortile reggina ‘Sant’Agata’, non intese chiarire pubblicamente rispetto alla questione postagli dalle colleghe Dalila Nesci e Federica Dieni, se cioè per una partecipata della stessa consortile fossero scomparse le criticità evidenziate nella relazione sullo scioglimento per contiguità mafiose del Comune di Reggio Calabria”. L’aspetto più paradossale emergente da ogni singola parola da essi scelta è l’essere stata concepita contemporaneamente agli esiti, in questo caso sì giudiziari (sebbene relativi ad una sentenza di primo grado) relativi al destino di quel partito, la Lega, grazie al quale si possono fregiare della conduzione di questo Paese. Senza alcun imbarazzo, non un singulto da parte loro sui 49 milioni di euro che i “Salvini Boys” devono restituire ai cittadini. Men che meno, si pongono il problema della levata di scudi contro l’Ordine Giudiziario da parte del ministro dell’Interno in merito all’inchiesta avviata su di lui ed in cui il reato ipotizzato, in relazione alla vicenda dei migranti costretti a bordo della nave militare “Diciotti”, è sequestro di persona aggravato. Come si vede, situazioni delicatissime che nulla hanno a che vedere con un’informativa dei Carabinieri, ma che tanto, tantissimo, hanno a che fare con l’Onestà, molto presunta e, a furia di slogan fatui, fatta assurgere ad unico demagogico punto di riferimento ideologico del Movimento 5 Stelle.

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