PD e sanità calabrese: ipocrisia cronica e memoria corta

Ci vuole sfacciataggine per leggere la nota del Partito Democratico calabrese sul servizio 118. Secondo loro, “mandare a casa Occhiuto” significherebbe “ricostruire la sanità pubblica, a partire dal 118”. Domanda consequenziale: ricostruire? Ricostruire cosa? Le macerie che loro stessi hanno contribuito a lasciare?

Il PD, oggi, parla di “caos infinito”, di “numeri taroccati”, di “ambulanze che arrivano da altre province perdendo tempo prezioso”. Una diagnosi perfetta — peccato che non descriva solo l’oggi, ma soprattutto i lunghi lustri di fallimenti targati centrodestra e sì, anche centrosinistra, tanto centrosinistra, con la sanità, ai tempi di Agazio Loiero e Mario Oliverio, ridotta, come da abitudine consolidata in queste lande, a bancomat per clientele e poltronifici.

Perché la Calabria non ha mai conosciuto un’età dell’oro della sanità, e di certo non sotto i governi regionali “democratici”. Non servono statistiche: basta un ricordo personale.
Nel bel mezzo della mattinata del 31 luglio 2017, nel cuore del dominio di Mario Oliverio — allora padrone e signore di questa terra ridotta a feudo — chi scrive fu colpito da un infarto nel centro storico di Reggio Calabria. Una prima telefonata al 118: nulla. Una seconda telefonata: nulla. Motivo? “Assenza di ambulanze”.
Nessun modello lombardo allora dietro cui nascondere le proprie colpe gravi, gravissime; nessun Occhiuto contro cui puntare il dito, nessuna riforma sotto la quale nascondere i propri misfatti: solo il deserto organizzativo modellato dal PD, che in quegli anni spadroneggiava indisturbato dal Pollino allo Stretto.

E oggi questi signori osano perfino impartire lezioni di moralità politica, come se non avessero nulla a che fare con le condizioni miserabili del sistema sanitario calabrese. Parlano di medici a bordo, di contratti remunerativi, di gestione provinciale: ricette da manuale che, dette da loro, suonano, però, come la più squallida delle barzellette. Perché se fosse stato davvero così “una volta”, come sostengono, oggi non ci ritroveremmo con una sanità ridotta a ospedale da campo.

Il paradosso è lampante: chi ha favorito la devastazione del sistema ora accusa altri del disastro. Come un piromane che si lamenta dell’odore di bruciato. E lo fa con lo stesso lessico untuoso e trionfante con cui per anni ha sistemato scientemente la polvere sotto il tappeto creando a ripetizione occasioni di potere gestite a tavolino.

E, nel fare ciò, il Partito Democratico umilia prima di tutto il proprio essere “di sinistra”: un’appartenenza che un tempo significava tutela dei deboli, difesa dei diritti, giustizia sociale. Valori che il PD tradisce ormai senza soluzione di continuità, riducendo quella che un tempo era una bandiera a un logoro drappo di convenienze. Il risultato è che la loro stessa identità politica oggi appare come un paziente in rianimazione: tubi, flebo, respiratore artificiale, ma nessun battito vitale.

Intanto i cittadini restano soli: con il terrore di ammalarsi, con chiamate al 118 che restano sospese nel vuoto, con attese interminabili che valgono vite. È questa la vera fotografia della sanità calabrese: un malato cronico senza cure, tradito da chi, per decenni, avrebbe dovuto difenderlo.

Il PD calabrese può continuare a firmare comunicati, ma la diagnosi è chiara: ipocrisia cronica e memoria corta. La prognosi? Nessuna cura.

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