Palchi e realtà

L’immagine si riferisce al pubblico del comizio di “Liberamente”, ma il contenuto dell’articolo non è in alcun modo associabile ad una specifica lista

La Politica – quella vera – è un’altra cosa. Non scomodiamo le definizioni dei manuali universitari né le enciclopediche differenze fra Politics e Policies, ma qualcosa di meno dialetticamente complesso vogliamo dirla. Politica è confronto, scelta, strategia, programmazione, intervento, monitoraggio, valutazione. È ascolto, azione, perfezionamento. È perfino rettifica, cambio di direzione, inversione ad U se necessaria. Non è, invece, ciò che è stato sintetizzato e proiettato su più ampia scala e che ha distorto l’immagine di Serra San Bruno. 

Dalle storiche piazze, stordite e inebriate, è emerso un canovaccio – forse non del tutto nuovo, ma mai così brutale – triste, che non appassiona e che anzi spinge ad allontanarsi da quel mondo che dovrebbe essere di tutti. Nelle fredde serate serresi, decibel e toni si alzano, gli insulti diventano pane quotidiano, la partecipazione non sempre è attiva, ma di facciata. Prima delle performances (?) oratorie: strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci, baci. Talvolta più falsi di quelli di Giuda. Poi: musica, scaletta, palco, microfono.

Volano sconsigliabili parole che svuotano l’anima di chi nella Politica ci credeva. Nella Politica intesa come sistema valoriale, come spinta al miglioramento, come atteggiamento e approccio al prossimo e alla vita. Non pretendiamo filosofiche disquisizioni tra sostenitori di ordine, disciplina, meritocrazia, sovranità, libertà economica, tradizione, famiglia e fautori di uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale, welfare, ambientalismo, diritti civili. A livello locale, d’altra parte, si peccherebbe di concretezza. Ci saremmo però accontentati (o, meglio, avremmo preteso) di chiarimenti sui progetti che s’intendono realizzare per lo sviluppo di un territorio che si spopola in maniera drammatica, che ha fame di lavoro e di servizi, che sulla carta viene collegato alle altre aree ma che in pratica si vede sempre più solo e isolato. Avremmo preferito propositi e riflessioni su come estendere la pacificazione nella comunità, non messaggi di odio e distruzione. Perché fra il sentimento di affetto e quello di livore prevale sempre quello che si decide di alimentare. Al momento, la frase più appropriata pare essere quella attribuita a Giulio Andreotti: “Io distinguerei i morali dai moralisti, perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discutere, non hanno poi il tempo di praticarla”. E sarebbe meglio evitare di sottolineare le incoerenze degli altri, perché spesso ci si dimentica delle proprie.

Quando ormai manca una settimana al voto, sembra improbabile un “ravvedimento operoso”. La spasmodica ricerca dell’evanescente applauso o della popolarità social supera la voglia di lasciare un seme di speranza nel cuore delle persone o una luce nella loro mente. Si punta piuttosto alla loro pancia (e non solo nel senso anatomico-culinario). Si tratta di una tendenza inarrestabile, è come cercare di fermare il vento con le mani. Ma forse non tutti hanno smesso di crederci. Vogliamo pensare che ci sia ancora qualche nostalgico dell’arte del ragionamento che, con consapevolezza e coraggio, restituisca alla politica l’iniziale maiuscola.

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