Oscene le discussioni sul “Gay Pride”, non quelle sulla gerarchia delle priorità

Mai che i reggini si siano sentiti da essi protetti nelle loro elementari aspirazioni

Come pensare di mettere in dubbio, per chiunque sia mosso da una cultura liberale, l’esistenza, la tutela piena e l’irrobustimento dei Diritti?

Impossibile, perché chi è animato da uno spirito autenticamente liberale non concepisce nemmeno la possibilità che esista il termine “discriminazione”, nei confronti di una qualsiasi categoria di esseri umani. Dunque, ben venga ogni iniziativa pubblica organizzata per puntellare rivendicazioni legittime che, come nel caso del “Gay Pride” svoltosi sabato pomeriggio a Reggio Calabria, a differenza di quanto superficialmente si potrebbe immaginare, continuano nel Terzo Millennio ad esercitare una funzione fondamentale. A darne riprova sono le penose battute, indegne di essere pronunciate anche nelle peggiori bettole dei paesini più arretrati dell’entroterra, circolanti sui social media e che, come sempre qualificano chi se ne rende autore e non certo i destinatari oggetto della derisione. Ciò detto, tuttavia, emerge un enorme “ma” che conduce dritti dritti al comportamento dell’Amministrazione comunale di Reggio Calabria. Il motivo, senza scadere nella demagogia, è presto detto: con quale impudenza un sindaco, nella fattispecie Giuseppe Falcomatà, può vantarsi di guidare una “Città dei Diritti” in un territorio in cui non uno solo di essi è garantito? Non uno solo di quelli primari, essenziali, civili, sociali ed umani, è assicurato dall’operato sconcertante di Palazzo San Giorgio, spesso con la complicità di altre istituzioni. Non il diritto alla salute, non il diritto al lavoro, non il diritto alla mobilità, non il diritto a vivere in un ambiente salubre, non il diritto a beneficiare di un contesto urbanistico decoroso, non il diritto a servirsi di una burocrazia efficiente e produttiva, non il diritto alla Bellezza, non il diritto a circolare in sicurezza senza subire la prepotenza dei tanti selvaggi che delle regole se ne strafottono, non il diritto a vivere in una città fuori controllo ed in cui, ciononostante, due terzi del personale della Polizia Municipale lavora dietro una scrivania in ufficio e solo la parte residuale svolge il servizio per il quale indossa una divisa, non il diritto a posare lo sguardo su costruzioni in regola e non su monumenti all’abusivismo, non il diritto alla casa. La lista, come facilmente intuibile, potrebbe continuare all’infinito ed è per tale ragione che suona offensivo vedere gli esponenti dell’Amministrazione comunale felici e gaudenti scendere in piazza per proteggere e promuovere i diritti di una categoria e non quelli dell’intera collettività. Perché, per dirsi abitanti di una “città dei diritti” è indispensabile assicurare quelli sopra elencati, a tutti, senza distinzione alcuna siano tutti a goderne: eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali. E’ umiliante che mai sia stato compiuto un gesto plateale capace di rendere i reggini orgogliosi dei loro rappresentanti comunali della maggioranza. Mai che si siano sentiti da essi protetti nelle loro elementari aspirazioni. Ed è così che, in seno all’opinione pubblica, è montata giorno dopo giorno la smania di mettersi al più presto alle spalle questa malinconica parentesi (centrodestra permettendo). Un’opinione pubblica, tuttavia, certo non esente da colpe, perché, a differenza della comunità LGBT che con fierezza si è ribellata da tempo ad angherie e soprusi tuttora barbaramente esistenti, è stata sempre e comunque docile e sottomessa ai capricci nefandi dei responsabili del disfacimento.

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