Ora sei al bivio tra risveglio e tracollo

Adesso sono utili appelli improntati alla tranquillità

Va bene esorcizzare la paura, va bene anche concedere libero sfogo a rabbie che ne derivano.

Ma a tutto, anche nei giri di boa rispetto a fasi acute di emergenza, c’è un limite che, superato, fa piombare dritti nel regno in cui spadroneggia il ridicolo. Ormai la discussione pubblica, orfana delle disquisizioni sulle soluzioni a portata di mano qualunque scienziato improvvisato, si sta concentrando sui “criminali” che osano attenersi alle nuove regole. Qualcuno, rintanato nello sgabuzzino delle proprie fobie, non si è accorto che, a piccoli passi, l’Italia sta provando a rialzare la testa. In passaggi così delicati di tutto si avverte il bisogno tranne che della labilità emotiva di alcuni, con un tasso di incoscienza perfettamente sovrapponibile alla spregiudicatezza di altri. Da lunedì scorso sono state allargate le maglie, proprio quando era stato raggiunto il punto di rottura psicologica ed una porzione consistente dell’opinione pubblica scalpitava mossa dalle motivazioni più diverse. Se, fin dall’alba dell’epidemia nel nostro Paese, i decisori politici avessero pronunciato, magari utilizzando la stessa lingua, parole rassicuranti, e non ansiogene, gli italiani non avrebbero coltivato quell’apprensione che adesso rischia di infliggere ferite laceranti al tessuto emotivo di una comunità già segnata da mesi di sgomento. Da qualche ora abbiamo intrapreso, non tutti e comunque con scialuppe di salvataggio a portata di mano, la navigazione in mare aperto. Le onde sono molto meno alte e la nave non sembra più troppa piccola per affrontarle senza timore. La guerra da combattere ora, porta a porta, è quella di sconfiggere la terribile bestia della paralisi psicologica. Una sfida aperta in cui è importante fare di tutto per attutire l’onda d’urto di una stupida caccia all’untore che non esiste. Non è il tempo di giochicchiare con le parole, di consolarci con il fatalismo dei deboli. A molti ancora non è chiaro che non c’è nulla da drammatizzare, è tutto già lì, squadernato nella crudezza della realtà: sarà possibile superare la tempesta a piè pari solo se e solo quando sarà scoperto il vaccino. Nel frattempo si ritorna a vivere, con un piccolo rischio in più rispetto al passato, ma riassaporando il gusto di un nuovo ordine. Consci della gravità del passaggio storico vissuto, adesso sono utili appelli improntati alla tranquillità: rappresentano il trampolino di lancio che può catapultarci al di là del guado, ma a patto che l’unità sia concreta. Per una volta chi sembra essere entrato in sintonia con il ritmo del tempo e con il sentimento popolare è il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà. Già da domenica sera, servendosi dei video pubblicati sulla sua pagina Facebook, sta infondendo fiducia ai cittadini sollecitandoli, responsabilmente, a riappropriarsi degli spazi pubblici, dei “luoghi del cuore”. Per contribuire ad alleviare la tensione accatastatasi da marzo ha pensato bene, soprattutto con l’intento di allargare gli spazi disponibili, di pedonalizzare, nel corso del prossimo weekend, una parte del Lungomare. Un modo efficace per placare l’indiscreta diffidenza dei più timorosi che interpretano la “passeggiata” come un attentato alla salute pubblica e non come l'”attività motoria” permessa dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, oltre che una naturale tappa di transito verso una rinnovata routine. Una spinta che affianca l’appello al senso di responsabilità adatto ad indurre al mantenimento delle distanze e ad evitare la formazione di capannelli. Un saggio equilibrio tra i due pedali dell’audacia e della cautela che, certo, non cancella i “familiari” segni di deturpamento della città, ritrovati dai reggini al termine della quarantena e ben documentati dalle riprese effettuate dal Collettivo “La Strada“, ma una fiammella di fede nel futuro da alimentare proprio con il recupero urgente di quegli ambienti comuni resi impraticabili dall’incuria dell’Amministrazione comunale e quanto mai indispensabili per vivere civilmente rispettando le prescrizioni imposte.

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