Non sappiamo votare

E' in questo acquitrino di analfabetismo civile che prosperano i Castorina

E’ la consapevolezza delle proprie responsabilità nei confronti della collettività a mancare, marcando una frattura netta tra civiltà politica e giungla clientelare. Uno degli insegnamenti impartiti dallo scandalo che, finora, si è risolto con l’arresto di Nino Castorina, leader del Partito Democratico tra i più influenti a livello locale, e di un presidente di seggio, è il dispregio per la “Cosa Pubblica” trattata come roba propria di cui abusare a piacimento. Perché, in fondo, più si abbassa il livello etico e culturale degli eletti, ed in questa fase storica siamo ben al di sotto di una soglia radente il suolo, più l’incarico pubblico è considerato come un pennacchio da sbattere in faccia con cafonaggine agli amici al bar in assenza della coscienza di ciò che esso rappresenterebbe se assolto con onore e dignità.

Sotto il peso insopportabile di una gigantesca truffa alla democrazia che potrebbe essere stata perpetrata da Castorina non sono finite sono le elezioni comunali di Reggio Calabria, ma anche le colpe gravi di gran parte del ceto di Palazzo e della porzione ampiamente maggioritaria dell’opinione pubblica, quella pronta svendere con ingiustificabile faciloneria il proprio voto al compare a cui non dire di no perché, in fondo, chi se ne fotte, “sono tutti uguali, almeno gli faccio un favore”. A questo sozzume si è ridotto il rito delle urne e, in ossequio al realismo e senza farsi prendere in giro dalle illusioni, è patetico immaginare che in futuro l’elettorato sarà maturo votando con cognizione di causa. No, non succederà mai, non accadrà che chi si disinteressa della politica abbia la decenza di continuare a farlo anche il giorno del voto non contribuendo così, con la propria sciagurata preferenza accordata al cugino scemo, a rendere infernale la vita propria e, soprattutto, dei suoi concittadini. E’ in questo acquitrino di analfabetismo civile che prosperano i Castorina perché (affinché la verità si elevi in tutto il suo fulgore) è bene si sappia che come lui ce ne sono tanti altri a Palazzo San Giorgio, anche se per fortuna non tutti sfoggiano le stesse, abominevoli, caratteristiche. L’arresto dell’autorevole rappresentante del Partito Democratico, con l’ottuso scambio di accuse che ne è seguito tra le opposte fazioni, fa il paio con analogo comportamento adottato pochi giorni fa in occasione del “caso Ripepi”. L’attestazione dell’inconcludenza parolaia sta tutta in queste due infamanti pagine della storia di Reggio Calabria: nessuno, a parte l’avvocato Filomena Iatì, che avverta la gravosità dell’impegno assunto con i cittadini, disposto a fare il primo passo per staccare la spina alla presidenza della Commissione Controllo e Garanzia. Tutti lì, pietrificati da diserzioni vigliacche e difetto di attributi, a guardarsi in un gioco degli specchi da mentecatti. Nessuno, anche dopo aver appreso del provvedimento restrittivo a carico del reuccio del PD, a parte la solita e solitaria Iatì, che sia disposto a fare qualcosa di diverso dal cavalcare le altrui disgrazie, sollecitando l’intero Consiglio comunale (maggioranza e minoranze), a spegnere la luce dell’Aula Pietro Battaglia e ritornare a votare. Pensieri troppo alti per i professionisti che albergano lungo i corridoi del Municipio dove il primo pensiero non è certo costituito dalla crociata insensata di Ripepi o dai domiciliari inflitti a Castorina (con l’annunciata prosecuzione delle indagini che verosimilmente porteranno ad altri choc nella vita politica cittadina), ma il posizionamento personale in vista delle imminenti Regionali. Non c’è da aspettarsi molto di diverso in una città guidata da un sindaco come Giuseppe Falcomatà il quale, nell’immediatezza dei fatti per come sono stati presentati dagli inquirenti, ha incredibilmente parlato di “giorno triste”, come se non fosse lui il referente diretto del capetto PD, come se al centro dell’inchiesta non ci fossero precise circostanze fattuali connesse alla competizione elettorale che lo ha mantenuto sulla poltrona di Primo Cittadino. Sono loro, i politici (per modo di dire), con la loro ignavia e le loro bestiali incapacità, ad aver creato dal nulla il populismo del Terzo Millennio. Sono loro, i politici (per modo di dire) a riempire di benzina, con la loro inaffidabilità, medaglia d’oro al valore clientelare, il motore della volgare antipolitica, quella che si ciba dei duplicati di tessere elettorali e di estinti miracolosamente resuscitati nel chiuso dei seggi.

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