Non fare così, Giuseppe: ti vogliamo bene

E fu così che se ne accorse. Di acqua sotto i ponti (e anche sopra a causa della manutenzione inesistente di pozzetti e caditoie) ne è passata tanta, ma dopo lungo tempo anche lui, Giuseppe Falcomatà, ne ha preso piena coscienza: la città di Reggio Calabria, nonostante i 44 mila voti rastrellati al di qua e al di là delle porte del Paradiso, non si è mai davvero innamorata dell’attuale sindaco.

Acquisita la dolente consapevolezza, il Primo Cittadino nel pomeriggio del primo sabato estivo ha incupito l’animo dei reggini assemblando qualche sguaiata invettiva scaraventata nel vuoto della frustrazione via web da parte di taluno e condividendone il contenuto pubblicamente. Poi, con una poco abile azione retorica da comunicatore banale, si è infilato i vestiti della vittima per offrire il petto al popolo: condottiero intrepido che ogni giorno va incontro ai draghi di un passato tetro per liberare e riscattare la comunità. Non venendo meno alle sue abitudini e sganciando da ogni contesto quelle parole squallide, ha pensato fosse cosa buona e giusta gettarle in pasto al buon cuore della città, che, però, è rimasto duro, impietrito. E’ come se il tappo della pazienza, complice l’irrazionale decisione di regalare la parte vitale del lungomare a cinque esercenti sacrificando il sistema viario e il sistema nervoso dei reggini, fosse saltato definitivamente. Con abiti mentali dimessi, il sindaco ha ostentato una falsa comprensione per il malessere esploso tra i cittadini ed un altrettanto contraffatto senso di una leadership mai esercitata con sagacia e, per questo, mai riconosciuta né legittimata dal sentimento comune. Ha ritenuto di aver trovato così la bardatura ideale per difendersi dalle stoccate di livore portate da una massa esasperata da anni di pochezza e inefficienza, di presunzione e spocchia. Il diluvio di offese, in verità, non è piovuto dal cielo all’improvviso, innescato da un unico errore madornale, ma si è formato in un crescendo che trova origini nella malvagia radicalizzazione di cui le prime vittime sono stati i suoi predecessori, barbaramente estromessi dalla scena politica al culmine di una guerra dichiarata in nome di quello stesso odio antropologico, prima ancora che politico, oggi rivoltogli contro. Ma quella di cambiare le carte in tavola è, purtroppo per il sindaco, un’arma spuntata: ad essere caduti sotto i colpi sfacciati della negligenza e di condotte sprovvedute, in fin dei conti, sono stati i reggini oppressi dall’incapacità di un’Amministrazione manifestamente inadatta a reggere una città dove è diventato impossibile anche sopravvivere nell’inferno di disservizi che ha carbonizzato aspettativa e prospettive. Estenuata da questo scoramento, l’opinione pubblica prorompe in oltraggi verbali su Facebook, ma Falcomatà si fidi: non sono queste villanie social la parte più dolorosa della tragedia.




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