Non chiamatelo Palazzo San Giorgio: è il Palazzo dell’omertà connivente

Nel corso di tutti questi anni autografati dallo scarabocchio politico-amministrativo che lascia intravedere la figura cupa di Giuseppe Falcomatà e dei suoi infidi sodali, è stato ripetuto, più e più volte, quanto la minoranza tutta sia orribilmente inadeguata, nelle persone fisiche e nelle (in)competenze istituzionali dimostrate, rispetto al compito da svolgere. Una presenza inutile e poco ingombrante tanto da creare un vuoto enorme sul piano democratico che, per fortuna, è riempito dalle “gole profonde” interne alla maggioranza, afone per anni ed improvvisamente, quanto pericolosamente, loquaci nel momento della defenestrazione.

Era accaduto otto mesi fa con il vicesindaco Tonino Perna che, con tutta evidenza, aveva bisogno di uno studio approfondito tale da richiedere un anno abbondante di analisi, prima di esprimersi sui disturbi psicologici colti nel comportamento del Primo Cittadino attualmente sospeso in seguito alla condanna inflittagli per aver tentato di regalare abusivamente ad un amichetto un pezzo del Grande Albergo Miramare. E’ accaduto nelle scorse ore, protagonista Mario Cardia, che dopo anni da insider nel circo Falcomatà, una volta estromesso nei fatti dalla presidenza della Commissione Bilancio, ha vomitato parole al veleno inimmaginabili in bocca ad un qualsiasi rappresentante della sedicente opposizione. Intendiamoci, nulla di nuovo o di rilevante per chiunque in questa città non sia servo inginocchiato di un potere piccolo piccolo, ma resta il dato comportamentale di un’omertà ambientale squarciata soltanto nell’istante preciso in cui si ode nitido il fragore del calcio nel sedere. L’avvocato emarginato dai suoi ex compagni al parco giochi di Palazzo San Giorgio ha inforcato gli occhiali monofocali della verità scoprendo così che quella amministrata anche da lui fino ad un attimo prima è una città “abbandonata a se stessa”. A renderlo così distratto deve essere stata la concentrazione che ne ha accompagnato i passi durante l’espletamento dell’incarico al vertice della Commissione Bilancio. Una concentrazione che gli ha consentito di non discostarsi dai “criteri della legalità, partecipazione, trasparenza e veridicità contabile e amministrativa”. Criteri che, sospetta Cardia, non sono graditi dal centrosinistra a ridosso dell’approvazione di un Bilancio che, insinua velenoso, nasconde qualcosa che è opportuno rimanga avvolto nella cassaforte dei segreti inconfessabili. I reggini non ancora rassegnatisi all’idea di vivere in una stalla fetida come non se ne trovano in nessun angolo, nemmeno il più remoto, del mondo civilizzato, sanno da tempo dell’assenza dei servizi essenziali e sanno da tempo che negli uffici, protetti da pseudo-amministratori, si annidano nugoli di fancazzisti impreparati: un connubio che si ripercuote su una serie di occasioni milionarie sprecate. Denari a pioggia da utilizzare con somma urgenza, ma che l’incapacità di progettare fa scomparire nel metaverso popolato da un branco di nullità. Persone fisiche che rappresentano un danno per la comunità, privata di opere all’altezza di una città normale, ma un beneficio per comparelli e comparucci da sistemare ovunque sia libero uno spazio per cagnolini scodinzolanti. Priorità rispetto alla depressione collettiva che tiene sotto scacco un popolo senza speranza, senza prospettiva in un futuro appena accettabile e con la necessità avvilente di aggrapparsi ad “eroi piovuti dal cielo”. Una comunità, in buona parte, ritrovatasi in piena coscienza ai piedi maleodoranti di balordi che frequentano le aule di giustizia più di quanto frequentino quelle politiche e di quanto abbiano mai frequentato con profitto quelle scolastiche. Furfanti dai quali i leader nazionali si tengono alla larga e circondati solo da lacchè che da queste parti spuntano fuori da ogni fogna per legittimare mascalzonate da compiere dentro e fuori il Palazzo. E, intanto, ci si accapiglia su un Castorinello qualsiasi, come se servisse l’intervento di un magistrato per capire di quale pasta, marcia e andata a male, sia fatta una persona. Perché la questione, nel caso di specie come in tutti gli altri, non è mai giudiziaria e nemmeno politica, ma riguarda la qualità degli uomini. Noi lo sapevamo da quel dì, Perna e Cardia no.

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