No, non chiamatelo “Sistema Castorina”

Nonostante l’intera città segua attonita la corrida in cui la democrazia a Reggio Calabria è ad un passo dall’essere infilzata mortalmente da una generazione di matadores che saranno ricordati come eroi al contrario spernacchiati dall’opinione pubblica che li saluta in un tripudio di insulti mentre escono dall’arena a capo chino, qualcuno, per fortuna una quota residuale, tende a minimizzare la portata ciclopica di atti e fatti mostruosi esposti, con sconforto misto ad una mira di riscossa, da parte degli inquirenti reggini.

A mettere a tacere la tentazione di ridimensionare la drammaticità dell’inchiesta che ruota attorno all’obbrobriosa fregatura del voto, per come si è proclamata in occasione delle elezioni comunali celebrate tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, sono stati i titolari delle indagini: il Procuratore della Repubblica Giovanni Bombardieri, la Giudice delle Indagini Preliminari Stefania Rachele, il Questore Bruno Megale. Quest’ultimo, per esempio, non nascondendo che: “Si sta procedendo per fasi” ha avvalorato l’ipotesi, già sedimentatasi nel sentimento collettivo, secondo cui l’attività d’indagine riserverà ancora tante brutte, bruttissime sorprese a chi considerava, e considera tuttora, i principi fondanti della democrazia i soli ombrelli sotto i quali chiunque, in particolare chi gode di minori privilegi sociali, può trovare riparo, sempre e comunque, indipendentemente dalle stagioni politiche. Scoprire l’esistenza di un “sistema studiato per alterare la volontà popolare” pensavamo rappresentasse un incubo per attivisti e manifestanti di Paesi che si cimentano da pochi anni sui tornanti della sovranità popolare. Dovrebbe, infatti, essere un dato acquisito, scontato, assodato, sottinteso, per quegli Stati che, nei decenni, hanno lottato con eroica nobiltà, per l’acquisizione dei diritti fondamentali. Il disorientamento confessato dal massimo responsabile della Questura, il reggino Megale, vale, a tal proposito, più di mille saggi sulla necessità di sottoporsi ad un sistema di regole condivise, vilipeso fino a sfregiare la “dignità della città”. Il concetto che, rebus sic stantibus, merita maggiore preoccupazione rispetto alle polemiche da stadio tra opposte tifoserie è quello distillato dal capo della Procura reggina, Bombardieri, che ha delucidato i reggini a proposito di “un quadro delittuoso ben più ampio” rispetto al deturpamento emerso fin qui. Una constatazione che porta gli investigatori ad annunciare, rassicurando sugli anticorpi propri della democrazia, che le indagini non si sono concluse, se non altro perché il numero di sezioni in cui è stata riscontrata la presenza di voti falsi è aumentato. Un ambiente malato, quello del Palazzo Municipale e, nella sostanza, non ha rilevanza se ad essere schiacciante è la sciatteria, la connivenza o la partecipazione dolosa, perché a contare, per le sorti della cittadinanza è che la conduzione della macchina politico-amministrativa sia in mano a figuri appartenenti ad una delle tre suddette categorie: potrà cambiare, a seconda dei profili che si imporrano nel corso dell’iter giudiziario, il loro destino penale, non il destino sociale di Reggio Calabria. Spie di una condizione sventurata che lampeggiano in modo assillante mentre riecheggiano le parole della GIP Rachele: “Nulla esclude che un sistema illecito così ampio e rodato venga attivato dagli indagati non solo in favore di Castorina, ma che ad esso si attinga pure per influenzare il risultato di future competizioni elettorali”. Una prospettiva sconvolgente, che non riguarda (come qualcuno molto opportunisticamente agognerebbe) il solo ex leader del PD e del centrosinistra nell’Aula consiliare e che mette a serio rischio la tenuta istituzionale in riva allo Stretto: l’eventualità di un giretto degli osservatori internazionali che in terre martoriate da regimi autocratici e dittatoriali azzardano il controllo della legittimità delle consultazioni elettorali non è più qualcosa da affrontare con una indifferente scrollata di spalle. E, quindi, no, non chiamatelo “Sistema Castorina”: se “solo” questo fosse stato, non avrebbe albergato, indisturbato, per anni, lungo i corridoi di Palazzo San Giorgio. Filomena Iatì (Per Reggio Città Metropolitana) prima di tutti, ora anche Forza Italia e la stessa Lega (che, però, chiede che a farlo siano prima gli esponenti della maggioranza di centrosinistra), hanno dato la disponibilità a rassegnare le dimissioni: l’unica via di fuga onorevole dallo status di frutti bacati di una competizione elettorale infetta.

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