‘Ndrangheta, operazione “Helianthus”: la cattura del boss latitante Pietro Labate e il ritrovamento di agende con scritture contabili

Oggi il clan Labate è una potente articolazione della ‘ndrangheta unitaria

Su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, i poliziotti della Squadra Mobile hanno arrestato alcuni elementi di vertice e luogotenenti della cosca Labate. Fra essi figurano il boss Pietro Labate a cui il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere essendo detenuto per altra causa, il fratello Antonino Labate reggente della cosca durante il periodo di latitanza di Pietro Labate, il cognato (di entrambi) Rocco Cassone, nonché luogotenenti e nuove leve della consorteria.

Le indagini sono state condotte con l’irrinunciabile ricorso alle intercettazioni e alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, grazie alle quali è stato possibile individuare le gravissime vicende criminali che hanno determinato il graduale potenziamento della cosca Labate. Oggi il clan Labate è una potente articolazione della ‘ndrangheta unitaria che trova la sua forza nei legami di sangue che uniscono i componenti di vertice ad altre potenti cosche e nei solidi rapporti di alleanza con famiglie ‘ndranghetistiche dei tre mandamenti.L’indagine da cui scaturisce l’operazione Helianthus, iniziata nel 2012, portò a distanza di oltre un anno, il 12 luglio 2013, alla cattura del latitante Pietro Labate, leader carismatico e capo storico della cosca che porta il suo nome. Sottrattosi nel mese di aprile 2011 all’esecuzione del fermo di indiziato di delitto emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ed eseguito dalla Squadra Mobile nei confronti di capi e gregari delle cosche Tegano e Labate nell’ambito dell’operazione “Archi”. Al culmine di un’intensa e laboriosa attività investigativa supportata da molteplici intercettazioni telefoniche, ambientali e da sistemi di video sorveglianza, nell’estate del 2013 gli investigatori della Squadra Mobile hanno localizzato e catturato il boss latitante nel suo feudo, mentre si muoveva a bordo di uno scooter vicino al torrente Sant’Agata. Nel covo in cui aveva trovato rifugio, non distante dal luogo in cui era stato localizzato, vennero scoperte alcune agende sulle quali il boss aveva annotato nomi di persona, importi e denominazioni di ditte rivelatesi determinanti ai fini dell’accertamento della penetrazione dei Labate nel tessuto di alcune attività economiche e commerciali locali.

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