‘Ndrangheta, fine corsa per Pantaleone Mancuso: il presunto boss catturato in una sala bingo

Di lui si erano perse le tracce nell'ottobre dello scorso anno

Si confondeva come nulla fosse in mezzo al via vai quotidiano all’interno di una Sala Bingo a ridosso di Piazza Re di Roma, nella Capitale.

Un tentativo di simulare una normalità che non ha tratto in inganno il personale di Polizia abile a stringere il cerchio attorno al 58enne Pantaleone Mancuso, noto come “Zio Luni” oppure “l’ingegnere”. Di lui si erano perse le tracce cinque mesi fa. Sebbene nel corso degli accertamenti abbia provato vanamente a fornire un’identità diversa, il presunto capo dell’omonima cosca di Limbadi è finito nelle maglie della giustizia. Catturato cinque anni addietro a Puertu Iguazù, località di frontiera che separa il Brasile dall’Argentina, fu successivamente soggetto ad estradizione nel nostro Paese. Tre anni dopo si dileguò ancora venendo individuato in una zona di campagna attorno a Joppolo. Sorvegliato speciale, abbandonò comunque la Calabria per raggiungere Roma. A breve saranno i magistrati della Corte di Cassazione a stabilire, in via definitiva, la sua eventuale responsabilità del reato di associazione mafiosa contestatagli nell’ambito del processo scaturito dall’indagine “Genesi”. Siede, inoltre, sul banco degli imputati nel dibattimento davanti alla Corte d’Appello in relazione ai tentativi di assassinio, compiuti nel 2008 a Nicotera, di Romana Mancuso, e Giovanni Rizzo, rispettivamente zia e cugino dello stesso Pantaleone Mancuso. All’inizio dell’estate scorsa, suo figlio Emanuele ha deciso, primo nel clan mafioso del Vibonese, a saltare il fosso avviando una collaborazione con i magistrati.

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