Diciamoci la verità: quando nel pomeriggio si è diffusa la porcheria — perché tale è, non una notizia — che nientemeno che tal Massimiliano Merenda, noto alle cronache amministrative della consiliatura nata con i brogli per aver strappato dalle mani di rappresentanti della minoranza uno striscione esposto in Consiglio comunale, si sarebbe candidato nella lista di Noi Moderati, un nuovo sussulto di patetico squallore si è andato ad accumulare agli innumerevoli prodottisi nel corso della maledetta stagione falcomatiana.
Talvolta, però, la speranza riesce ad affrancarsi dalla consueta povertà morale per afferrare con forza dignità e serietà. E quando lo fa, la credibilità cresce. Perché ciò accada servono azioni concrete: ed è precisamente una di queste che ha compiuto Francesco Cannizzaro, il Deputato di Forza Italia candidatosi a sindaco di Reggio Calabria per la coalizione di centrodestra. Come da lui stesso rivelato, appresa la notizia, ha alzato — metaforicamente — la cornetta per contattare Pino Galati, Coordinatore regionale di Noi Moderati. Il messaggio era cristallino: a ridosso della competizione elettorale, porte sbarrate a chi ha percorso senza tentennamenti la via verso l’abisso tracciata da Falcomatà.
Ai salti della quaglia nei due Palazzi che si guardano occhi negli occhi a Piazza Italia siamo tristemente abituati. Stavolta, però, Cannizzaro ha voluto porre un limite. Lo avevamo scritto subito dopo l’ufficializzazione della sua candidatura: alzi un muro senza brecce di fronte al branco istituzionale di Palazzo San Giorgio e Palazzo Alvaro. E se il buongiorno si vede dal mattino, questo è già un raggio di sole — a maggior ragione perché l’interdizione del candidato sindaco è stata seguita, a stretto giro, da una presa di posizione analoga di Mimmo Battaglia, suo avversario diretto nella corsa al ruolo di Primo Cittadino.
Testimonianza palese che il segno della decenza morale è stato superato e che nessuno può fare spallucce di fronte a certi atteggiamenti. Individui simili vanno buttati fuori dalle istituzioni, perché le svergognano e le riplasmano a loro immagine e somiglianza: un lusso che una città precipitata nello sprofondo proprio per colpa loro non può più permettersi.
Del resto, non saranno le preferenze raccattate dal Merenda a determinare l’esito delle urne. Inutile lui — come ha ampiamente dimostrato nella gestione delle deleghe affidategli dal suo ex padroncino — inutili i suoi voti.
La decisione di Cannizzaro, e ora anche di Battaglia, merita di essere sottolineata perché finalmente rende comprensibile, persino nell’asfittico stagno della politica, che tradimento, incoerenza, vuoto valoriale e perseguimento del meschino interesse personale sono entità da scacciare e schiacciare, non da cooptare.
A ciò si aggiunga una considerazione pratica: il Merenda ha avuto la sua opportunità, con la delega all’arredo urbano. Ebbene, non occorrono esperti internazionali per constatare la ripugnante condizione in cui versa Reggio Calabria su quel fronte. Per quale ragione, dunque, un candidato sindaco avversario dovrebbe avvalersi di tanta inefficiente incompetenza?
Quella associazione di derelitti che ha disamministrato la città per dodici anni è destinata, tra qualche settimana, a essere scaraventata nell’orbita dell’infamia imperitura. A salvarsi dalla decapitazione elettorale sarà una manciata di residuati insignificanti. Gli altri dovranno tornare alle loro tristi vite senza status — e allora si capisce perché qualcuno allunghi disperatamente il braccio verso qualsiasi legno marcio pur di non essere trascinato dalla corrente.
Certo, lo ha ammesso lo stesso Cannizzaro: altri hanno già saltato il fosso in tempi non sospetti, e allora si era scelto di tollerare, giustificati dall’arco temporale ancora ampio. Si sarebbe dovuto evitare anche quello? Sì, senza dubbio. Ma opporre dei no adesso, nella fase più calda, è comunque un fulmine su quel mare in cui galleggiano i servi dell’opportunismo.
E la scelta di Cannizzaro assume un’importanza ancora più marcata per un motivo preciso: il destinatario naturale è l’elettore reggino, che deve finalmente caricarsi sulle spalle il peso della propria coscienza. Perché gli abitanti dell’acquario del Palazzo potranno essere stati il peggio della società — e lo sono stati — ma nessuno di loro ha salito quelle scale senza la licenza concessa da chi ha avuto il coraggio barbaro e selvaggio di scriverne i nomi sulla scheda elettorale. Esercitando il diritto supremo: quello del voto.